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venerdì 18 gennaio 2013

VITTORIO MESSORI A TORINO PER BERNADETTE




L’ultimo libro di Vittorio Messori Bernadette non ci ha ingannati. Un’indagine storica sulla verità di Lourdes (291 pp., € 18,50 Mondadori) viene presentato lunedì 21 gennaio, alle 20,45, presso la Sala Conferenze Faà di Bruno, in via Le Chiuse 30. Il giornalista e scrittore cattolico più famoso d'Italia è stato invitato dagli ex allievi del Liceo Faà di Bruno.
Questo libro è lo straordinario risultato di trent'anni di studio, di ricerca, di sopralluoghi. Un libro davvero unico, perché i volumi su Lourdes sono moltissimi, ma nessuno si è mai posto un simile obiettivo: indagare fino in fondo, con tutte le risorse della ricerca storica, sulla figura di Bernadette Soubirous. Sulle gracili spalle di questa quattordicenne di modestissime origini, analfabeta e malata, grava il peso immenso del maggior santuario mariano del mondo. Lei sola ha visto la "bellissima signora", lei sola ha udito, lei sola è la testimone delle diciotto apparizioni in una grotta poco lontana dal sobborgo di Massabielle. Sono trascorsi più di centocinquant'anni da quel lontano 11 febbraio 1858, ma gli arrivi di pellegrini a Lourdes aumentano a dismisura, e si avvicinano ai 6 milioni annui. Vittorio Messori non ha bisogno di presentazioni: sia Karol Wojtyla che Joseph Ratzinger si sono affidati alla sua penna per i loro primi libri-intervista. Messori ha studiato e lavorato per decenni con passione, competenza, pazienza per rispondere a una sola ma decisiva domanda: è credibile, Bernadette? O ci ha ingannati, scambiando per realtà le sue allucinazioni? Addirittura: è stata forse la complice inconscia di un imbroglio? (v.g.c.)

A colloquio con lo scrittore Vittorio Messori al Faà di Bruno (foto Cretella)
Il pubblico in sala (foto Cretella)

mercoledì 26 dicembre 2012

PIEMONTE TERRA DI MISTERI


Serata speciale dell’Associazione Immagine per il Piemonte all’Unione Industriale di via Fanti con ospite d’onore lo scrittore e antropologo Massimo Centini per una conferenza su “Piemonte terra di misteri” in occasione della 2^ ristampa del suo libro “Il grande libro dei misteri del Piemonte risolti e irrisolti”. Modera la serata, Luca Martini, Segretario generale dell’Associazione Immagine per il Piemonte; introduce, il conte Alessandro Cremonte Pastorello, Presidente del Premio di Cultura L’Arcangelo.
Massimo Centini (Torino, 1955) collabora con quotidiani e periodici. Attualmente scrive su “Avvenire” e collabora con Radio Rai. È autore di numerosi studi di antropologia: “L’uomo selvatico” eLa sindrome di Prometeo”. Per la Newton Compton ha scritto, oltre ad alcuni libri sulla storia e la cultura del Piemonte, “Misteri d’Italia”, “Torino criminale” e, con Andrea Accorsi, “La sanguinosa storia dei serial killer, I grandi delitti italiani risolti o irrisolti”.
L'antropologo e scrittore Massimo Centini.
Centini, il Piemonte è una regione al centro di una fitta rete di enigmi ed episodi inspiegabili: rispetto al resto d’Italia è una terra più magica?
«Non credo sia più magica: certamente numerosi fattori hanno influenzato questa credenza: non ultimo gli scrittori che ne hanno fatto una scenografia ad hoc per alimentare il senso del mistero»
Quanti sono gli eventi ufficiali o meno raccontanti in questo libro di successo uscito nei mesi scorsi per i tipi della Newton Compton?
«Va detto che ogni fatto raccontato è vero: vero nel senso che c’è qualcosa che lo rende tale, anche se dal punto di vista fenomenologico, di fatto non è così»
Suddivise per province le 250 pagine del libro propongono misteri descritti dettagliatamente: si può fare una classifica delle province più magiche o misteriose?
«Direi che una provincia è tanto più magica di un’altra in ragione di quanto è stata analizzata e studiata».
Per un autore che da anni scandaglia questo mondo pubblicando molte opere sul tema, i piemontesi sono affascinati, hanno paura o semplicemente snobbano la loro storia con risvolti magici o inquietanti? In poche parole: sono pragmatici e superstiziosi?
«Poiché il mio approccio è scientifico e soprattutto scettico, colgo nella maggior parte delle persone (80%) una condivisione; una minoranza invece mi guarda come uno che non capisce, che non ci arriva, che non sa e considera miti quanto per loro è realtà. Storia, addirittura. Chissà, anche credere che gli asini volino è un modo per voler bene alla propria terra…» (vgc)

CONOSCIAMO MEGLIO LA GRAN MADRE DI DIO. CHIESA STORICA DELLA REGAL TORINO


Nell’agosto 2000 si svolsero i solenni funerali di Stato dell’ambasciatore Edgardo Sogno, Medaglia d’Oro al Valor Militare, che l’aveva scelta per il suo ultimo saluto alla capitale sabauda in quanto simbolo della restaurazione monarchica. Ai piedi della collina, oltre il ponte Vittorio Emanuele che chiude l'ariosa piazza Vittorio, ecco la chiesa della Gran Madre di Dio, punto di snodo, cerniera architettonica per la storia di questa città. Nel 1814 Torino decreta la costruzione di un monumento per celebrare il ritorno in patria di re Vittorio Emanuele I. Dopo qualche iniziale incertezza, si decide per la costruzione di una nuova chiesa, che dovrà sorgere dall’altro capo del nuovo ponte sul Po, e al tempo stesso di ridisegnare l’intera piazza ad essa collegata. Nel 1818 vengono presentati i progetti di Ferdinando Bonsignore e di Gaetano Lombardi a una giuria di architetti locali e stranieri. Viene scelto il quarto progetto di Bonsignore, ritenuto di “elegante e bella proporzione” per l’evidente richiamo neoclassico al Pantheon e per la volontà di creare un fondale scenografico in cui l’edificio costituisce il centro visuale, in dirittura del ponte francese. Edificata ai piedi della collina da Bonsignore, architetto sabaudo passato prima a un’attiva collaborazione con i francesi, poi nuovamente con i Savoia ob adventum regis, per il ritorno del Re, la chiesa fu innalzata tra il 1818 e il '31 per ricordare ai piemontesi il ristabilimento della monarchia sabauda dopo l’occupazione rivoluzionaria. La scritta incisa sul frontone lo ricorda a chiare lettere: Ordo Populusque Taurinus ob Adventum Regis, per la volontà del Comune e dei cittadini.
La facciata della Gran Madre di Dio con la statua di Vittorio Emanuele I
Festeggiamenti in piazza Vittorio Veneto.
Il 25 luglio del 1818 Vittorio Emanuele I pone la prima pietra dell’avvio delle fondamenta, mentre il successore Carlo Alberto presenzia alla consacrazione del 20 maggio 1831. Dopo la bufera napoleonica, lo stile celebrativo freddo della Gran Madre voleva ristabilire nei sudditi del sovrano restaurato dal Congresso di Vienna i due ideali basilari per uno Stato forte: la religione e la fede, rappresentate nel marmo delle statue che fiancheggiano l’imponente scalinata. Né Bonsignore, né Vittorio Emanuele avrebbero potuto pensare che nel tour della Torino magica del XX secolo, gli appassionati del genere avrebbero visto nelle due figure femminili significati magici riconducenti agli aspetti druidici del Piemonte. Anzi la donna che leva alta la coppa, con lo sguardo indicherebbe la direzione giusta per rinvenire a Torino, città della Sindone, il leggendario Graal, calice dell’Ultima Cena. Anche l’altra statua - la fede - celerebbe nel suo velo una mitria papale, interpretando la profezia di Nostradamus che annuncia la rovina della Chiesa: “Romano potere sarà del tutto a basso”. Leggende pagane respinte dagli studiosi.
Palcoscenico di storici eventi della vita cittadina è la Gran Madre tra il 1842 e il 1848, sia per i grandiosi festeggiamenti che si svolgono in occasione delle nozze di re Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide d’Asburgo, sia per quelli legati alla proclamazione dello Statuto Albertino. Verso la fine dell’Ottocento, invece, il tempio perde questo ruolo celebrativo, diventando più semplicemente il fulcro prospettico di uno dei più poetici scorci torinesi. La Gran Madre di Dio rappresenta comunque il più vistoso episodio architettonico della sistemazione urbanistica al di là del Po: sull’armonioso fondale della collina, punteggiata di ville e vigne nobiliari, il quarto lato della maestosa piazza Vittorio giganteggia come cerniera di due secoli, due mondi: Settecento e Ottocento; Ancien régime e monarchia liberale, centro storico e collina. La Gran Madre è lì, a ricordarci un’importante pagina della nostra storia (vgc).


Notturno sul Po, ove si specchia la sagoma della Gran Madre di Dio.

mercoledì 19 dicembre 2012

MARCONI APPASSIONATO "DILETTANTE" DI ELETTRICITA'


Il premio Nobel Guglielmo Marconi visto dal filosofo Verrecchia

«Alla candida nave / di Guglielmo Marconi /
che naviga nel miracolo / e anima i silenzi»
Dedica di Gabriele D'Annunzio a Marconi

Oltre che grandissimo scienziato, Guglielmo Marconi fu anche un uomo di forte carattere, una qualità piuttosto rara negli uomini e negli italiani in modo particolare. Prezzolini diceva che l’Italia è una produttrice di tipi unici. Ecco, Marconi è un tipo unico, per genialità e per carattere. A lui si attaglia perfettamente anche il verso dell’Ariosto: «Natura li fece e poi ruppe lo stampo». Tutti oggi godiamo i vantaggi delle sue invenzioni; ma in un’epoca di smarrimento come l’attuale possiamo guardare a lui anche come punto di riferimento etico.
Carlo Rubbia, nella prefazione alla biografia di Marconi scritta dalla moglie, Maria Cristina, edita da Rizzoli, dice: «La comunità scientifica e imprenditoriale in Italia non era culturalmente preparata a sostenere la sua invenzione e a capirne la portata. Il Governo italiano rifiutò l’esclusiva del suo brevetto e fu solo in Inghilterra che trovò mezzi e volontà di sviluppare la sua scoperta. Possiamo veramente dire che le cose siano cambiate in cent’anni?». La risposta a questa domanda, che Rubbia non scrive ma che lascia intuire, è no. E sapete perché? Perché in Italia, come del resto nei paesi di lingua tedesca, o si è un professore o non si è niente.
Marconi con la seconda moglie e la figlia a bordo del panfilo Elettra.




Chi non fa parte di quella strana consorteria che sono gli accademici viene visto con sospetto. E questo vale non solo per le scienze, ma anche per le materie umanistiche. Eppure noi vediamo che le grandi cose sono sempre state fatte non dagli accademici, ma da quelli che essi chiamano sprezzantemente dilettanti. E qui cade a proposito una staffilata di Schopenhauer: «Dilettanti, dilettanti - così vengono chiamati con disprezzo coloro che si occupano di una scienza, o di un’arte, per amor suo e per la gioia che essa procura, per il loro diletto, dalle persone che hanno scelto una scienza o un’arte al fine di guadagnar denaro con essa. Infatti, soltanto il denaro che così si può guadagnare diletta questa gente. Tale disprezzo si basa sulla loro abietta convinzione che nessuno si dedicherebbe seriamente a una cosa, se non fosse spronato a farlo da miseria o da fame o da qualsiasi altra avidità. Il pubblico ha gli stessi atteggiamenti ed è quindi dello stesso parere: da ciò deriva il generale rispetto per i cosiddetti specialisti e la diffidenza verso i dilettanti. In realtà, invece, per il dilettante la cosa è fine a se stessa, mentre per lo specialista è solo un mezzo: ma chi si dedicherà con profonda serietà a una cosa è solo colui al quale essa stia direttamente a cuore, e che se ne occupi con amore. Da persone siffatte, e non già dai servitori pagati, sono state in ogni tempo create le opere più grandi».
Ho fatto questa premessa, per dire che le grandi intelligenze non sono mai capite. Anche Marconi fu un autodidatta e anche lui non prese la laurea, a parte la valanga di onorificenze che gli piovvero poi addosso. Lui stesso si definì “l’appassionato dilettante di elettricità”. Avrebbe voluto iscriversi all’Accademia navale, ma non poté neanche iscriversi all’università e dovette accontentarsi di seguire come semplice uditore i corsi del professor Righi.
Ma è possibile che Augusto Righi non si fosse accorto della genialità di quel ragazzo? Anche se gli permise di usare gli apparecchi del suo laboratorio, non lo incoraggiò e non si rese conto delle scoperte rivoluzionarie che stava per fare. Meno che mai capì Marconi il Ministero delle Poste, cui egli offrì la sua scoperta del telegrafo senza fili. Infatti lo rifiutò.
E così Marconi si recò in Inghilterra insieme con la madre, dove il suo genio venne subito riconosciuto. Ci si chiede: perché in Inghilterra sì e in Italia no? La risposta, secondo me, è semplice: nei paesi di lingua inglese si è sempre guardato più a quello che un uomo vale come individuo che a quello che rappresenta nella convenzione sociale, in altre parole più a quello che sa fare che ai suoi titoli di studio. In Italia capita esattamente il contrario. Avvenne così anche con altri grandi italiani. Prezzolini, che come Marconi non aveva titoli accademici, appena giunto in America fu subito nominato professore di letteratura italiana alla Columbia University. In Italia, invece, nessuno gli aveva mai fatto una simile offerta.
Su Marconi è uscita ultimamente una biografia, che ci fa conoscere da vicino anche l’uomo Marconi, a cura della moglie Maria Cristina, intitolata Mio marito Marconi (Rizzoli 1995). Nel libro affiora il lato umano del grande scienziato con i suoi gusti artistici e i suoi affetti. Fa un certo effetto leggere lettere così tenere e traboccanti d’amore scritte da un uomo all’apparenza tanto austero. Si vede che l’amore è una forza metafisica che fa traballare anche il cuore di chi è abituato a scrutare le leggi dell’universo.
Ma c’è anche l’amore per la libertà. Il Marconi che trascorre tanta parte della sua vita sul mare, accanto alla moglie e alla figlioletta Elettra, ha qualche cosa di romantico. A differenza di Galileo, che sapeva misurare la distanza tra gli astri ma non quella tra i cuori, come dimostra il suo scarso interesse per la figlia suor Celeste, Guglielmo Marconi lanciava messaggi nell’etere, senza però dimenticare di sussurrare parole dolci come il miele nell’orecchio della moglie che aveva accanto.
Gli ultimi tempi li trascorse in vista del Tigullio, un luogo che cinquant’anni prima aveva affascinato un altro grande: Friedrich Nietzche. E se il tedesco concepì là il suo Zarathustra, Marconi, nello stesso luogo, scoprì la navigazione cieca, detta poi radar. Nietzche e Marconi: apparentemente non avevano niente in comune, ma erano tutti e due astronauti dello spirito: l’uno con la poesia, l’altro con la scienza.
Gabriele D’Annunzio regalò a Marconi una fotografia con questa dedica: «Alla candida nave / di Guglielmo Marconi / che naviga nel miracolo / e anima i silenzi». Nietzsche, rimirando quello stesso mare, aveva sciolto un inno al mistero: «Laggiù voglio andare, e confido / per l’avvenire in me e nella mia mano / Aperto è il mare, verso l’azzurro / si muove la mia nave genovese / Tutto diventa nuovo e più nuovo / Lontano splendono lo spazio e il tempo / e il mostro più bello mi guarda / ridendo: l’eternità».
Anacleto Verrecchia

Torino, 28 marzo 1996
Ristorante CARIGNANO - Grand Hotel Sitea

venerdì 14 dicembre 2012

LA CULTURA COME RISORSA PER USCIRE DALLA CRISI - Giornata dei Talenti - Roma 15-12-2012


Roma (15 dicembre 2012) - II travagliato momento, che tanto il nostro Paese quanto la comunità dei popoli del Mediterraneo e più in generale la comunità internazionale stanno attraversando, porta la memoria a soffermarsi sulle riflessioni che dopo il primo e il secondo conflitto mondiale uomini di grande responsabilità civile offrirono ai loro contemporanei e a noi posteri, nella speranza di poterne trarre ispirazione per orientarci in questi tempi di smarrimento delle coscienze e di disorientamento culturale. Intendiamo riferirci a uomini di cultura preoccupati delle sorti dell’Italia e dell’Europa quali furono Francesco Saverio Nitti, Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Adolfo Omodeo e Thomas Mann, che vissero e soffrirono tutti, in vario modo, il problema delle sorti dell’Europa e della perdita degli ideali, dei valori, dell’identità, della cultura.
Occorre che le generazioni future siano poste nelle condizioni di vivere in armonia con l’ambiente naturale. Ogni essere umano è chiamato ad amministrare i beni naturali con saggezza e non sulla base dei suoi specifici interessi. Le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le comunità, i popoli, le nazioni e gli Stati devono quindi rendere conto delle loro azioni davanti ad ogni singolo essere umano, di oggi e del futuro.
La Reggia di Venaria Reale nei pressi di Torino: un esempio di ottimo utilizzo delle risorse per la cultura.
I recenti Stati Generali della Cultura seguono - mettendone in pratica il primo punto, ovvero una costituente per la cultura - il Manifesto per la cultura, lanciato a febbraio 2012 dal quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”. Pensato con l'obiettivo di creare un momento di dibattito e di approfondimento sullo stato della Cultura e dell'Arte in Italia oggi, ha voluto tracciare una nuova visione strategica di gestione del bene pubblico. Tra le finalità anche delineare un nuovo rapporto tra imprese e pubblica amministrazione che miri a valorizzare il patrimonio artistico del nostro Paese.
Le misure da adottare subito per ridare risorse, slancio ed energie al sistema culturale italiano sono quattro:
1) accesso al credito e sviluppo dell'imprenditorialità;
2) un'agenzia per l'esportazione della produzione creativa italiana sull'esempio dell'olandese Dutch Dfa;
3) una strategia di valorizzazione globale dei brand culturali italiani sulla scia dell'operazione del Louvre Abu Dhabi;
4) Una maggiore capacità di integrare la produzione creativa nel manifatturiero di qualità.
Iniziative che non necessitano d’ingenti risorse pubbliche quanto di una radicale presa di coscienza delle trasformazioni delle filiere culturali e creative e dello sviluppo di un'azione di razionalizzazione delle risorse e delle forze in campo chiara, concreta ed efficace alla luce di quanto avviene nel resto d’Europa e del mondo (vgc).

martedì 11 dicembre 2012

MUSSOLINI A PIENI VOTI? IL NUOVO LIBRO DI ALDO MOLA


In occasione del conferimento del Premio di Cultura L’Arcangelo allo storico Aldo A. Mola, da parte dell’Associazione Immagine per il Piemonte, viene presentato al Centro Congressi dell’Unione Industriale, via Fanti 17, sala Piemonte, giovedì 13 dicembre alle ore 18 il suo ultimo libro su: “Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922” con la collaborazione di Ricci, Zarcone e Ferraioli. Lo presentano Luciano Garibaldi e Oreste Bovio.

Il libro, che per la prima volta pubblica e interpreta importanti documenti inediti sulla storia del Ventennio, è destinato a provocare un vivace dibattito nell’opinione pubblica e si rivolge a un ampio bacino di studiosi e appassionati di storia del Novecento. Perché e come nacque il governo Mussolini? Quanto pesò la politica estera sulla svolta? Quale ruolo vi ebbe Vittorio Emanuele III? Le Forze Armate fiancheggiarono i fascisti o difesero l’ordine pubblico? La risposta a queste domande è nei documenti: negli inediti verbali della Presidenza del Consiglio del 1922 e in altre carte pubblicate per la prima volta. Si può dire che dopo questo libro, la storia del fascismo non sarà più la stessa.
Ricorda Mola: “Il 28 ottobre non vi fu affatto la«marcia su Roma». Quel giorno il presidente del Consiglio, Luigi Facta, si dimise; il 30 Vittorio Emanuele III affidò a Mussolini l’incarico di formare il governo che comprese fascisti, nazionalisti, liberali, popolari (cattolici), demosociali, democratici, nazionalisti: una coalizione nazionale. Il governo si insediò il 1° novembre, quando le «squadre fasciste», entrate in Roma la mattina del 31 ottobre, ne erano partite su treni speciali dopo una sfilata rumorosa ma pacifica da piazza Venezia a piazza dell’Esedra. Poi il Mussolini si presentò al Parlamento. Con quale programma? Liberista, pragmatico, concludente. Il Parlamento lo approvò a pieni voti. Nessuno previde il seguito...” (vgc).