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sabato 18 ottobre 2014

ARTE E TRADIZIONE DELLE LACCHE MYANMAR a Torino in occasione della visita del Presidente birmano

In occasione della visita del Presidente del Myanmar U Thein Sein a Torino, prevista per il 18 e 19 ottobre, il Comune di Torino, l'Associazione Italia Myanmar, MAO Museo d'Arte Orientale e l'organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (UNIDO) organizzano un'esposizione di manufatti in lacca prodotti a BaganLa collezione di lacche viene allestita nella Sala Mazzonis di MAO e sarà visibile al pubblico gratuitamente nelle giornate di sabato 18 e domenica 19 ottobre.

L'evento è finanziato dalla Cooperazione Italiana allo Sviluppo e intende promuovere l'artigianato del Myanmar (Birmania) evidenziando la laboriosità dei processi produttivi e i ricchi contenuti storici e artistici che rendono le lacche birmane un prodotto unico al mondo.

In occasione della mostra sarà proiettata una documentazione iconografica tratta dal volume “Missionario e diplomatico. L’avventura di Padre Paolo Abbona dal Piemonte alla Birmania” a cura di Anna Maria Abbona Coverlizza e Vittorio G. Cardinali (Associazione Immagine per il Piemonte).



Il libro propone le ricerche condotte da prestigiosi studiosi – in occasione del convegno promosso dall’Associazione Immagine per il Piemonte (2006) – che svelano la singolare figura di padre Paolo Abbona (1806-1874). Nato a Monchiero il 27 aprile 1806, entrò nella Congregazione degli Oblati di Maria Vergine nel 1831. Nel luglio 1839 partì missionario per la Birmania, dove restò fino al 1873: fu amico dell’imperatore, abile mediatore nelle guerre tra birmani e inglesi, Cavaliere ed Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e Commendatore nell’Ordine della Corona d’Italia, per invito di Lord Palmerston e nomina di re Vittorio Emanuele II.
Padre Paolo Abbona in un disegno conservato alla British Library di Londra
Il volume ricostruisce, attraverso molteplici contributi interdisciplinari, le vicende e lo sfondo di una vita straordinaria. In queste pagine trionfa anche il fascino della storia, dell’arte e della letteratura della Birmania dell’Ottocento, accanto alle vicende del missionario cuneese che ritornò in Piemonte a chiudere la sua straordinaria avventura, nella spiritualità ed umiltà della casa degli Oblati a Boves (Cn).
E dalla ricerca iconografica, grazie alla preziosa collaborazione di Archivi e Musei, ecco rivelarsi documenti, fotografie dell’Ottocento, reperti che aiutano ad immaginare la Birmania, al tempo di padre Abbona.
Mistica e mitica, affascinante e contraddittoria, la Birmania- Myanmar è tornata «nuovamente protagonista della cronaca odierna e degli equilibri politici asiatici dalla rivoluzione dei monaci al rinnovato ruolo di Aung San Suu Kyi. È un filo rappresentato dalla forte aspirazione all’indipendenza del popolo birmano, un anelito che non venne mai meno e del quale lo stesso Padre Abbona fu testimone, nei suoi anni di permanenza in Birmania» (dalla prefazione di Piero Fassino).
Info: cell. 348 4435212.



giovedì 18 settembre 2014

CACCIA e CANI NELLE TELE DELL'IPERREALISTA QUADRONE. Una bella mostra alla Fondazione Accorsi-Ometto



Giovanni Battista Quadrone, L'occasione fa il ladro, 1895, coll. priv.
Uscendo fuori dal coro e dalla moda dell’arte contemporanea – caposaldo della cultura torinese – la Fondazione Accorsi-Ometto continua nella sua benemerita rivalutazione della pittura italiana dell’Ottocento. Così, dopo le antologiche dedicate a Fontanesi e Pasini, ora è la volta del monregalese Quadrone (1844-1898), autore di dipinti finitissimi, di medie e piccole dimensioni. La mostra “Giovanni Battista Quadrone. Un “iperrealista” nella pittura piemontese dell’Ottocento” è aperta da oggi fino al 15 gennaio 2015 (www.fondazioneaccorsi.ometto.it) in via Po 55, a cura di Giuseppe Luigi Marini (ingresso € 6,00).
G. B. Quadrone, Il compagno fedele, 1881.
G. B. Quadrone, Prima della partenza per la caccia, 1897.
Il percorso espositivo si apre con una selezione di quadri giovanili, d’ispirazione romantica, quali “L’agguato” e “Un giullare”, fino ad arrivare a “Vergognosa” e “Ogni occasione è buona!”. In essi Quadrone tende a rappresentare soggetti in costume del passato, di riferimento letterario, ma in situazioni riferibili al proprio tempo. Ampio spazio è dedicato ai temi che sono prediletti dal maestro e nei quali egli chiude il capitolo dei personaggi in costume per privilegiare una scelta di contenuti più attuali: da “Cacciatore fortunato” a “Processione in Sardegna”, quest’ultima minuziosa descrizione dei luoghi e del salmodiante corteo; dal tema venatorio “Entrate che fa freddo” a “Una vecchia berlina,” opera di intensità straordinaria, profonda, poetica e misteriosa.
Il fil rouge che lega tutti i soggetti delle opere di Quadrone è la paziente definizione «iperrealistica» delle scene di vita venatoria, circense o rusticana. Cesellava, con il colore, i particolari anche minimi, con tecnica e precisione inesorabili, nulla dimenticando e a nulla rinunciando di quanto riteneva utile alla completa rappresentazione di una situazione. Una mostra da non perdere (Vgc).

mercoledì 3 settembre 2014

IL CASTELLO DI GUARENE RIAPRE COME ALBERGO. Un gioiello del Settecento piemontese rivalutato


Una bella notizia per il patrimonio culturale e architettonico del Piemonte: il 12 settembre riapre le sue antiche porte il Castello di Guarene sulle colline del Roero. Si tratta di una delle più eleganti dimore signorili settecentesche del Regno sabaudo eretta nel 700 dal conte Carlo Giacinto Roero di Guarene su disegno dell'architetto di Corte Filippo Juvarra. Un splendido volume su questo gioiello è stato scritto dal giornalista e scrittore Roberto Antonetto. Alla buona novella del recupero di questo maniero, si contrappone la triste constatazione che ormai i castelli privati per sopravvivere devono andare "sul mercato" ovvero diventare ristoranti, alberghi, agriturismi... In questo modo il bene culturale si salva, ma viene irreparabilmente snaturato. Una prospettiva poco allettante per il nostro patrimonio storico, sul quale - dopo l'abdicazione da parte dello Stato - incombe l'economia di mercato come un'aquila su un candido agnello! Più di vent'anni fa l'ultima proprietaria di Guarene, contessa Anna Provana di Collegno, ci rilasciò una lunga intervista per la rivista "Piemonte Vip" (ottobre 1993). La riproponiamo sia come testimonianza, sia come riconoscimento agli antichi castellani del Piemonte, che hanno resistito per secoli e ora devono ammainare lo stendardo dalla torre più alta (VGC).


Castello Roero di Guarene. Un balcone sulla storia del Piemonte - Intervista ad Anna Provana di Collegno

La facciata interna del castello Roero di Guarene (Cuneo).
Pochi castelli del Piemonte attirano i cultori di storia e gli amanti delle pietre antiche come quello di Guarene, sulle basse colline della Sinistra Tanaro albese, oggi Roero. La spiegazione di questo interesse va ricercata nell’”amore per la casa” che i proprietari hanno sempre riservato a questo edificio, facendolo arrivare a noi in perfetto stato di conservazione, e nel singolare spaccato di vita e cultura piemontese che rappresenta la sua storia dal Settecento ai giorni nostri.
Attribuito a lungo erroneamente all’abate-architetto Filippo Juvarra, la scenografica costruzione barocca fu eretta fra il 1726 e il 1775 su disegni e a spese del conte Carlo Giacinto Roero, in sostituzione del maniero medioevale demolito. Per un approfondimento storico e artistico vi rimandiamo ai documentati libri scritti negli Anni 70 e 80 del Novecento dai fratelli Romanello, da Guido Ferrero e Renato Fresia, da Roberto Antonetto, “pool” di ricercatori di storia e giornalisti appassionati d’arte che da anni si dedicano alla ricostruzione delle vicende di Guarene; per la “casa” intervistiamo invece l’attuale proprietaria, contessa Anna Provana di Collegno, che vive per alcuni mesi dell’anno nel castello ereditato recentemente dal padre, conte Umberto, e spende tempo ed energia per tenere in perfetto stato muri, tetti, giardini e viali.
Siamo saliti a Guarene nel pomeriggio di una torrida domenica di agosto e dalla calura di Alba ci accorgiamo subito che in collina si respira un’altra aria, un lieve venticello ci solleva la camicia quando scendiamo dall’auto sul piazzale del palazzo. Lo sguardo abbraccia, in un vasto panorama, tutto l’arco delle Alpi occidentali, che paiono unirsi direttamente alle colline del Roero.
La fedele custode annuncia il nostro arrivo con un tocco di campana. Sappiamo che Anna Provana rilascia difficilmente interviste, perché come molti aristocratici piemontesi non ama comparire sui “rotocalchi”, ma la nostra inchiesta sulle dimore private della regione non poteva dimenticare Guarene, dopo le tappe di Biella, Borgomale e Monticello.
Chiariti gli scopi informativi e non “mondani” dell’incontro, rompiamo il ghiaccio parlando di un fatto d’attualità: in Belgio si festeggiano i nuovi sovrani Alberto II e Paola Ruffo di Calabria, succeduti allo scomparso Baldovino. Anna Provana non può fare a meno di ricordare l’incontro di un anno fa con i Principi di Liegi, ospiti della sorella di Paola nel castello di San Martino Alfieri (Asti), giunti a Guarene per una visita di cortesia. “Com’è nello stile delle Corti dell’Europa settentrionale - sottolinea la contessa Provana - Alberto e Paola del Belgio si sono rivelati simpatici, affabili, cortesi e molto interessati ai beni culturali italiani. I belgi ameranno anche questi nuovi sovrani, così come è successo per Baldovino e Fabiola”.
Ci sembra un buon inizio. Partiamo con l’intervista.
A luglio il matrimonio di sua figlia, Umberta, ha fatto riaprire le porte del castello per un lieto evento. Quali riflessioni e quale consuntivo può fare di quel felice momento?
“Mia figlia desiderava fortemente sposarsi qui, una scelta che mi ha riempito di gioia perché conferma quell’attaccamento a Guarene che ha sempre contraddistinto la mia famiglia, in particolare mio padre Umberto e tutti i nostri avi. Ciò mi dà un senso, una speranza di continuità”.
Perché Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, è intervenuto come testimone alle nozze di sua figlia. E’ solo per amicizia?
“Non solo, innanzitutto per sottolineare la profonda fedeltà che ci lega a Casa Savoia”.
Chiamarsi Provana di Collegno alle soglie del Duemila, ovvero essere nel novero di antiche famiglie che hanno svolto un ruolo tante volte primario sulla scena della storia piemontese degli ultimi secoli, è un privilegio, un vanto o uno svantaggio?
“Lo considero sicuramente un vanto e anche, forse, un peso, perché ritengo di dovermi comportare con la stessa coerenza che hanno avuto quelli che mi hanno preceduto”.
Chi conosce la storia di Guarene nel Novecento non può fare a meno di collegare questo castello alla figura di suo Padre, conte Umberto Provana di Collegno. Ce ne può fare un breve ritratto.
“Il ritratto di mio padre, Umberto, è molto semplice da fare: devo a lui tutta la mia vita e l’educazione ricevuta. Mi ha sempre insegnato la fedeltà alla religione, al Re e l’impegno nella vita. Per lui si può dire come scrisse Tocqueville: «L’aristocratico è un uomo fermo al suo posto e illuminato, che non muore»”.
E dei rapporti tra suo Padre e il principe, poi re Umberto II, cosa ci può dire?
“Il re onorava mio padre della sua amicizia e del suo affetto e mio padre era legato a Umberto da una profondissima fedeltà. Ha avuto degli incarichi ufficiali più che altro per gli ordini cavallereschi. Inoltre Umberto II scriveva a mio padre tutte le volte che dall’Italia arrivavano a Cascais richieste di aiuto o di interessamento da parte di gente fedele che voleva avere contatti con il sovrano in esilio.
Tutti gli anni si incontravano a Montpellier, per la commemorazione della regina Elena sepolta in quella città del sud della Francia, e a Cannes, per il raduno dei monarchici. Mio padre, insignito della più alta onorificenza reale, il Collare della SS. Annunziata, ha poi personalmente curato il cerimoniale per le solenni esequie di Umberto II ad Altacomba, in Savoia, nel 1983 alla presenza di re, regine, principi, nobili di tutta Europa e migliaia di italiani”.
Un scorcio dello stupendo giardino all'italiana di Guarene (Cn)
Lei si ritiene monarchica? Se sì, quale ruolo potrebbe svolgere secondo Lei la monarchia in Italia alle soglie del Duemila?
“Certo, mi ritengo monarchica e non solo per tradizione di famiglia o per fedeltà alla causa. Sono una persona che lavora e come tale amo la qualificazione del proprio mestiere. Quindi, sono sicura che una persona allevata in un certo modo, convinta di quello che può rappresentare, e che si comporti ad esempio come re Baldovino dei Belgi, recentemente scomparso e compianto da tutto il suo popolo, possa essere determinante in una Nazione che sta perdendo i suoi valori. L’identificarsi cioè in chi è al di sopra, ma rappresenta tutti noi e l’unità del Paese, garante supremo della Costituzione. Non qualcuno che cambia ogni sette, otto anni...
Condivido in pieno quanto ha scritto oggi sulla Stampa (8 agosto ‘93) Barbara Spinelli: «Manca il mito, alla democrazia, in un mondo dove quasi tutto è smitizzato. Non è semplice vivere se manca la speranza che possano esistere un re o un capo di Stato che servono la Nazione fino a dimenticare se stessi, le proprie sofferenze fisiche, la propria vita privata. Se la speranza svanisce, la politica diventa null’altro che il regno della necessità, o della trivialità»”.
Suo padre Umberto ricoprì cariche all’interno delle associazioni monarchiche (UMI, MMI, ecc.). Lei fa altrettanto?
“Non ricopro alcuna carica, ma ho aderito al Comitato sorto quest’anno per commemorare il decennale della scomparsa di Umberto II, presieduto da Alessandro Perrone di San Martino”.
Torniamo a parlare di questo castello tanto amato dalla sua Famiglia. Una curiosità: da anni circolano voci sulla vendita del palazzo alla Fiat o ad altro industriale. E’ un’informazione fondata o pura fantasia?
“Si tratta di pura fantasia!”.
Quando e da che cosa possono essere nate queste illazioni?
           “Onestamente non lo so. La Fiat aveva presentato qui il Modello 850 e dato che i rapporti tra il Presidente dell’azienda automobilistica e mio Padre sono sempre stati ottimi (si consideravano quasi parenti per via dei legami con la principessa Bourbon Del Monte, madre dell’avvocato Agnelli), abbiamo dato la casa gratuitamente per quella promozione. Forse sono nate in quel momento le “voci” infondate sulla vendita di Guarene alla Fiat!
Un castello è talvolta una grande casa con molti restauri da fare. Guarene è così? Perché ha scelto la strada della conservazione?
“Questo palazzo e il giardino all’italiana che lo circonda sono sempre stati molto curati da mio padre Umberto, a costo di grandi sacrifici. Anziché fare viaggi, crocere o divertirsi, ha preferito destinare i suoi soldi alla manutenzione del complesso. Io cerco di seguire le orme paterne ed ho dovuto già fare qualche lavoro. Se non ci sono stati contributi, devo dire che la Soprintendenza mi ha facilitato con sgravi fiscali”.
Cosa pensa del rinnovato interesse del turismo per castelli, torri, rocche, e ville antiche?
           “E’ molto semplice. Per anni abbiamo perso l’amore per il nostro passato e adesso stiamo riscoprendo l’importanza delle nostre origini, della conservazione della storia. Penso che anche edifici come questo siano dei punti di riferimento un po’ per tutti. In particolare conosco l’affetto che i guarenesi nutrono per il castello e devo dire che ho con tutti ottimi rapporti. Loro lo considerano forse come “la casa”, desiderano fare le foto qui quando si sposano... Lo amano perché un nutrito gruppo di storici locali, i fratelli Romanello, Fresia, Ferrero, hanno scritto molte pagine sulle origini del palazzo e del paese. Mio padre - tutti lo ricordano bene - ha sempre dimostrato la massima disponibilità nell’apertura degli archivi alla ricerca seria e fruttuosa. Archivi che considerava “suoi” per l’aspetto della conservazione, ma un “bene” a cui tutti dovevano partecipare”.
Aderisce all’Associazione Dimore Storiche Italiane, al Fai o ad altri sodalizi?
           “Sono associata alle Dimore Storiche Italiane e condivido in pieno il programma di rivalutazione condotto molto seriamente dal Presidente regionale Ippolito Calvi di Bergolo.
Notturno della facciata principale del settecentesco castello di Guarene (Cn)
Secondo il suo giudizio la via della rivalutazione culturale e artistica di un bene sottoposto a vincolo passa per la cultura, il turismo, lo spettacolo, la musica, l’enogastronomia o altro?
“Aprire oggi le porte di una dimora storica privata vuol dire avere visitatori, avere molte spese. Sì, al contrario di quanto accade per i castelli francesi e inglesi, in Piemonte non esiste un flusso turistico tale da permettere un “utile” ai proprietari: quindi esistono solo grandi problemi di carattere burocratico. Far pagare un biglietto d’ingresso vuol dire tenere scritture cantibili, pagare il commercialista, i custodi, le guide... No! Preferisco far vedere Guarene gratuitamente a chi è veramente interessato: associazioni culturali, storici, cultori dell’arte dei giardini (l’anno scorso è stato un vero piacere ospitare un gruppo di inglesi, che hanno ammirato il giardino del palazzo). Le porte restano ovviamente chiuse ai curiosi, a chi vuol trovare a tutti i costi il fantasma nella torre o nei sotterranei...
Per non parlare del problema dei furti. Per difendere la nostra proprietà siamo costretti a rinnovare continuamente gli impianti, per seguire le tecnologie più avanzate del settore. Certo vedrei con interesse e piacere una manifestazione culturale “ad hoc” per rivalutare Guarene, senza però danneggiarne o massificarne l’immagine”.
Un’ultima domanda sul futuro, sul XXI secolo. Come immagina il castello di Guarene nel Duemila?
“La mia speranza è che resti per sempre una dimora privata, perché ho lavorato, come medico, nel settore pubblico e non ho grande fiducia nell’Amministrazione dello Stato. Ritengo che l’amore e le cure profuse da un privato siano molto più valide per conservare l’integrità di un edificio storico.
Mi auguro, quindi, che anche con mia figlia Umberta continui nel Duemila per Guarene la stessa destinazione d’uso odierna. Nel prossimo secolo la mentalità sui beni culturali sarà ancora più aperta di quella che è adesso. Aumenta la cultura, il benessere, l’amore per le cose belle e per questi castelli, ne sono certa, conservati intatti per secoli, vedo un futuro migliore”.

Vittorio G. Cardinali 

(mensile “Piemonte Vip”, ottobre 1993, pp. 50-52)

giovedì 19 giugno 2014

PICCOLI PRINCIPI da MADRID a STUPINIGI. Un'elegante e piccola mostra per rivalutare un gioiello del 700 piemontese


Elisabetta di Lorena, 1720 ca.
Dal novembre 2011 la Palazzina di Caccia di Stupinigi non faceva più parlare di se, mentre riprende la sua dignità di museo del Settecento da oggi fino al 30 dicembre con l’esposizione Piccoli Principi a Stupinigi di 19 dipinti appartenenti alla collezione dei ritratti degli infanti sabaudi che arredavano un tempo la galleria dei ritratti della palazzina di caccia. Si tratta di un'anteprima di alcune chicche sui 33 dipinti sul tema.
Pittore francese, Principessina di Lorena in fasce, sec. XVIII,  I quarto
Proprio nel giorno d’insediamento del nuovo re di Spagna Filippo VI, affiancato dalle due piccole figlie le Infante Leonor e Sofia, da Madrid a Stupinigi si ammirano i ritratti dei figli della Casa regnante sabauda, come ha scritto Federico Zeri: “già dalla nascita il rampollo della classe dominante è visto come colui che, da adulto, occuperà un posto di comando. Egli è l’anello di congiunzione tra il presente e il futuro”.
Senza contare un altro aspetto che collega i due eventi: sia la palazzina di Stupinigi che il palazzo reale di Madrid sono costruiti su disegno del grande architetto di Corte Filippo Juvarra.
Giuseppe Duprà, Maria Giuseppina con mappa e colomba, 1760 ca.
Una piccola mostra allestita da Elisabetta Ballaira e Angela Griseri posta lungo l’attuale percorso di visita nell’antibiblioteca e nella biblioteca alfieriane, mentre i restauri in corso hanno permesso di riaprire da poco il salone dell’anticappella e la cappella di S. Uberto. I commissari Giovanni Zanetti e Cristiana Maccagno hanno ricordato che l’Ordine Mauriziano è un ente autonomo che deve gestire e valorizzare beni pubblici (oltre a Stupinigi, le abbazie di Ranverso e Staffarda, l’Archivio Storico, secondo dopo quello di Stato), sottolineando che da poco tutta la struttura operativa della palazzina (22 dipendenti) si è insediata in un’ala apposita, senza dimenticare il fondamentale apporto degli sponsor, come la Consulta per i beni artistici e culturali di Torino. Ma senza un coordinamento tra sistemi culturali del territorio – sempre nelle parole dei commissari – non si può assicurare continuità ed efficienza della fruizione. “Con la reggia di Venaria i rapporti sono aperti – sottolinea Maccagno – ma siamo enti diversi”.
Dalla lettura dei quadri restaurati emergono le storie dei figli di re Carlo Emanuele III e delle tre mogli, Anna Cristina Luisa di Baviera, Polissena d’Assia Rheinfels ed Elisabetta di Lorena, di mano della pittrice torinese Maria Giovanna Battista Clementi, detta la Clementina. Un altro gruppo è quello dei figli di re Vittorio Amedeo III e di Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, databili tra il 1760 e il ‘68 e realizzati dai pittori torinesi Domenico e Giuseppe Duprà. A conclusione il gruppo dei principini di Orléans e di Lorena di scuola francese. Si rimane colpiti da due piccoli stretti in fasce come mummie. Fin dalla nascita il neonato regale deve essere chiuso entro rigide strutture, che gli rendono impossibile ogni movimento autonomo. Come scrive sempre Zeri: “secondo la mentalità del 700 il bambino è qualcosa di negativo, se non pericoloso, perché ignora del tutto il ruolo che, una volta cresciuto, dovrà assumere” (V.G.C.)
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Piccoli Principi a Stupinigi (fino al 20 dicembre), Stupinigi, Nichelino, tel. 011-3581220 - www.ordinemauriziano.it - facebook.com/Stupinigi.Mauriziano Orari: mart.-ven. 10-17,30 dalle 10 alle 17.30; sab. e festivi 10-18.30, lun. chiuso. Ingresso mostra e percorso museale: intero 12 €, ridotto 8 €

Vista su Torino dal balcone del Salone d'Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi.

martedì 8 aprile 2014

IL COLLARE CHE TI FACEVA DIVENTARE CUGINO DEL RE. Esposti alla Fondazione Accorsi-Ometto 7 Collari della SS. Annunziata


Chi ne era insignito poteva fregiarsi del titolo di cugino del Re. Solo principi del sangue e alte personalità nazionali e internazionali potevano portare la più importante delle onorificenze sabaude: il Collare della SS. Annunziata. Anche se non riconosciuto dalla Repubblica, l’Ordine supremo della SS. Annunziata rimane il maggior ordine cavalleresco della monarchia sabauda e del regno d'Italia, istituito intorno al 1362-64 da Amedeo VI di Savoia detto il “Conte Verde” (www.ordinidinasticicasasavoia.it) e definitivamente cessato nel 1983 con la morte dell’ultimo re d’Italia, S. M. Umberto II.
Gran collare dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata, metà del XIX secolo.
Princisbecco (?), oro e smalti. Torino, Palazzo Reale

Piccolo collare dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata (appartenuto a Luigi Cibrario, vicepresidente del Senato del regno, ministro di stato, insignito del titolo di cavaliere da Vittorio Emanuele II nel 1869). Argento e oro. Torino, Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto
Ne parliamo perché torna d’attualità dall’8 aprile al 29 giugno alla Fondazione Accorsi-Ometto di Torino con l’esposizione nella sala degli oggetti montati di sette collari dell’Ordine, tra cui uno proveniente da Palazzo Reale di Torino. L’occasione nasce dal recente acquisto da parte della Fondazione del piccolo collare che appartenne al conte Luigi Cibrario, storico e uomo politico (www.fondazioneaccorsi-ometto.it).
L'Ordine del collare fu in origine una società o fratellanza cavalleresca, come quelle già organizzate alla Corte sabauda per tornei e nel corso di questi 650 anni subì numerose modifiche. Con Vittorio Emanuele II, nel 1869, diventò la suprema ricompensa per i personaggi segnalatisi per eminenti servigi resi nelle alte cariche dello Stato. Nel 1924 re Vittorio Emanuele III portò i cavalieri insigniti a 20, esclusi il sovrano, principi, ecclesiastici, personaggi stranieri. Con il titolo di eccellenza e di cugino del re, avevano obbligo di giurare fedeltà secondo la formula costituzionale, diritto alla precedenza sulle cariche dello Stato dopo i cardinali, diritto agli onori militari.
Piccola curiosità. Sembrava che il duca Amedeo d’Aosta e il principe Vittorio Emanuela volessero concedere in prestito i loro collari alla Fondazione. Hanno poi cambiato idea. Forse memori di quanto clamore creò la "questione Collari" nel 1983 dopo la morte di Re Umberto. Nelle disposizioni testamentarie del sovrano tutti i collari erano destinati all’Altare della Patria in Roma. Dopo le dimissioni dei due esecutori testamentari, re Simeone di Bulgaria e il langravio Maurizio d'Assia-Kassel, furono però trattenuti a Ginevra da Vittorio Emanuele. Rispondendo al ministro Ronchey che li reclamava, il figlio del Re disse in un'intervista rilasciata ad Alain Elkann: “I Collari dell’Annunziata sono un ordine prestigioso fondato da Amedeo IV attorno al 1300 e appartengono all’Ordine di cui io sono il Gran Maestro e depositario. Quindi non posso venderli...” (V.G.C.)
Particolare del Gran Collare di Palazzo Reale (Torino)



Orari di visita della mostra: mart.-ven.10-13; 14-18; sab. e dom. 10-13; 14-19, lun. chiuso.

giovedì 12 dicembre 2013

ALBERTO BOLAFFI RICEVE IL XIX PREMIO DI CULTURA L'ARCANGELO.





La XIX edizione del Premio di Cultura L’Arcangelo, attribuito dall’Associazione Immagine per il Piemonte ad una personalità che abbia dato lustro con la sua condotta di vita, le sue azioni, il suo esempio alla nostra Regione, è stata assegnata quest’anno ad un esperto di fama mondiale, Alberto Bolaffi. Se soltanto si pronuncia il suo cognome si evocano immagini attinte dalla memoria di tutti noi: dal periodo della nostra infanzia, in particolare, quando venivamo attratti magicamente da figure, profili, colori impressi su francobolli o monete, primi passi di quelle che, da adulti, avremmo trasformato in vere collezioni, alimentate da autentica passione.
Cerimonia di premiazione della XIX edizione de L'Arcangelo (da sin. Martini, Cardinali e Bolaffi). Foto Carlo Cretella
Bolaffi è, si può dire da sempre, sinonimo di collezionismo di altissima qualità, ma non solo. E’ soprattutto la storia di una famiglia che ha fatto del buon gusto, dell’amore per la cultura, dell’interesse per il bello, declinato in preziosi oggetti, uno stile di vita.
Con modestia, Alberto Bolaffi afferma che per parlare di lui occorre necessariamente fare riferimento alle figure di suo nonno, che portava il suo stesso nome, e di suo padre Giulio. Due imprenditori filatelici di fama e livello internazionali.
Il nonno Alberto, nato a Livorno nel 1874 da un’importante famiglia di commercianti di penne di struzzo e pietre preziose residente a Gibilterra, pur rimanendo cittadino britannico si trasferì in giovane età a Torino. Studente molto brillante, poliglotta, iniziò a soli sedici anni un’attività nel settore filatelico che lo portò ben presto ad essere uno dei periti più prestigiosi; giunse quindi al vertice del commercio mondiale di francobolli. Responsabile dell’organizzazione dell’Esposizione di Torino del 1911 divenne inoltre fornitore della Real Casa e curatore della collezione filatelica della regina Elena del Montenegro. Sposato con Vittoria Foa ebbe quattro figli, di cui Giulio era il primogenito. Quando si spense nel 1944, la sua attività fu proseguita proprio da Giulio, nato nel 1902 a Torino.
Alberto Bolaffi nella sede storica della sua azienda in via Cavour a Torino.
Diplomato al Liceo classico D’Azeglio e laureato in Giurisprudenza, partigiano, poi cavaliere di Gran Croce, Giulio si dedicò con passione all’attività filatelica e al collezionismo con straordinari risultati; sulle orme del padre decise di firmare e periziare solo gli esemplari in ineccepibile stato di conservazione. In tal modo il suo nome divenne sinonimo di qualità ed è ancor oggi impresso su numerose rarità mondiali. Nel 1945 fondò il primo news magazine italiano del dopoguerra, La settimana nel Mondo, dal quale nacque la rivista La settimana filatelica, che in seguito assunse il titolo Il Collezionista. Nel 1956 pubblicò lo storico Catalogo Bolaffi dei francobolli italiani, e nel 1961 creò la casa editrice che porta il suo nome. Sposato con Palmina Seghesio, ebbe due figli, Stella ed Alberto, che avrebbe seguito la sua strada. Lasciò questo mondo nel 1987.
Suo figlio Alberto, al quale viene conferito il XIX Premio di Cultura L’Arcangelo presieduto dal conte Alessandro Cremonte Pastorello di Cornour, è nato a Torino il 6 gennaio 1936. Coniugato con Nicoletta Cacciatore ha due figli, Giulio Filippo e Nicola Alberto. Terminati gli studi secondari in Svizzera, dopo la guerra Alberto torna in Italia; avvezzo all’uso del francese deve nuovamente apprendere il nostro idioma. Inserendosi nelle attività della famiglia si dedica, tuttavia, ad un filone particolare, la filografia, ovvero l’interesse per tutto ciò che è comunicazione scritta, con una predilezione per il mondo dei francobolli. I suoi interessi si distribuiscono dunque su un arco molto ampio e risultano assai variegati e poliedrici spaziando dai reperti della scrittura occidentale alla filatelia per proseguire con la numismatica, i manifesti, le memorabilia spaziali, la parola scritta tecnologica, la  bibliofilia (testi rivoluzionari del XX secolo e ippologia latina e italiana). E’ inoltre tra i primi a manifestare un’attenzione per l’arte astratta, da cui scaturisce una passione per la pittura del Novecento.
Sul piano professionale è stato Amministratore Delegato delle varie società Bolaffi e della Bolaffi Mondadori; giornalista pubblicista, ha diretto Il Collezionista, ed ha scritto numerosi saggi. Ha curato la pubblicazione di cataloghi e periodici su vari argomenti quali arte, viaggi, gastronomia, enologia, collezionismo spaziale. Dalla fine degli Anni 60 con la Fratelli Fabbri Editori e poi con altri editori in Italia e all’estero ha pubblicato le prime enciclopedie che al contesto tecnico-letterario univano concretamente gli oggetti relativi al contenuto delle stesse (francobolli, monete, carte telefoniche, conchiglie, profumi…). Si è anche occupato di pubblicazioni di contenuto zoo-sociologico.
Il Cav. Lav. Alberto Bolaffi.
Oggi è Reggente della sede di Torino della Banca d’Italia, Presidente e Amministratore Delegato della Plurinvest, holding delle attività Bolaffi, e della Svi.Co. (Società per lo Sviluppo del Collezionismo). Membro di molte accademie e associazioni di assoluto prestigio, come il nonno e il padre ha firmato il Roll of Distinguished Philatelists. E’ l’unico membro onorario non britannico della Royal Philatelic Society di Londra, che nel 1997 gli ha conferito la Tilleard Medal, premio assegnato alle più importanti collezioni.

Con il 2013 Alberto Bolaffi ha consegnato il testimone al figlio Giulio Filippo, che ha l’impegnativo ma entusiasmante compito di continuare nel percorso intrapreso da chi lo ha preceduto, sempre all’insegna del motto di famiglia «amore significa conoscenza, conoscenza significa amore», mutuato da Aristotele: un ispiratore che si erge come un gigante dalle pagine della storia del pensiero occidentale, una luce sicura per illuminare il cammino. Basti rammentare che lo Stagirita fu istitutore di Alessandro Magno e venne celebrato nella Commedia di Dante come “maestro di color che sanno”… 
Luca Martini
Segretario Generale dell’Associazione Immagine per il Piemonte

venerdì 6 dicembre 2013

EZIO GRIBAUDO e il Concilio Vaticano II tra l'Imperatore Santo e Papa Wojtyla. Mostra d'arte a San Mauro Torinese

Gribaudo nel suo studio tra le opere dedicate al Concilio Vaticano II
Dall’8 al  26 dicembre 2013, nella Sala della Giunta del Palazzo Municipale del Comune di San Mauro Torinese, in via Martiri della Libertà 150, si terrà la mostra d’arte contemporanea “Ezio Gribaudo e il Concilio Vaticano II. Tra l'Imperatore Santo e Papa Wojtyla”, a cura di Paola Gribaudo e Ioannis Kantzas. Orari: lunedì-sabato 16-20, mattino su prenotazione; domenica 11-12. Info: tel. 011.8228011. Entrata libera. La mostra s’inserisce nelle manifestazioni di Natale del Comune, che si concluderanno con il Presepe vivente organizzato dall’Associazione Orsarese.

Come sottolinea il Sindaco, Ing. Ugo Dallolio, nella presentazione del catalogo Skira: “l’Amministrazione Comunale e la Cittadinanza di San Mauro danno il benvenuto all’artista Ezio Gribaudo, la cui notorietà supera i confini nazionali, basta leggere la voce a lui dedicata dalla grande “Enciclopedia Treccani”: “Pittore, scultore e grafico italiano. Ha studiato architettura e si è interessato alle tecniche grafiche e tipografiche. Vicino alle esperienze di Tapies, Burri, Fontana, Gribaudo esalta l'importanza della materia; per le sue tavole (rilievi, rilievi e serigrafie, bassorilievi) e per le sue sculture, realizzate in polistirolo (Logogrifi), usa prevalentemente il bianco su bianco. Come grafico ha ricevuto numerosi premî (Quadriennale di Roma, 1965; Biennale di Venezia, 1966; Biennale di San Paolo del Brasile, 1967)”.
Le opere in mostra nel Palazzo Comunale richiamano i grandi eventi del 2013, in particolare l’Anno della Fede, il cinquantenario del Concilio Vaticano II e l’Anno costantiniano oltre alla futura canonizzazione di Papa Wojtyla, che con Giovanni XXIII, sarà proclamato santo il prossimo 27 aprile 2014. Le opere del maestro Gribaudo sono state esposte per la prima volta a Torino nel 1964 da Gian Enzo Sperone alla Galleria “il Punto”, nel 1965 a Roma alla Galleria Pogliani e nel 1963 da Cardazzo a Venezia alla Galleria del Cavallino e sono documentate nell’Enciclopedia del Concilio Vaticano II.
Ora, dopo cinquant'anni, sono raccolte in un volume Skira, accompagnate da testi inediti di don Andrea Pacini e Ivan Fassio oltre ad un’antologia di testi, da Albino Galvano a Luigi Carluccio, da Andreina Griseri a Giuseppe Marchiori, da Nicola Miceli e Martina Corgnati unitamente ad una poesia di Cesare Zavattini e ad un testo di Sua Eminenza il Cardinale Francesco Coccopalmerio.
L’esposizione “Ezio Gribaudo e il Concilio Vaticano II. Tra l'Imperatore Santo e Papa Wojtyla” vuole anche ribadire l’importanza del legame ecumenico tra Oriente e Occidente – molto caro al piemontese Cardinale Carlo Maria Martini.
Il Comune di San Mauro Torinese con questo omaggio a Gribaudo intende proseguire il suo impegno nei confronti di quegli artisti che hanno contribuito all’evoluzione dell’arte contemporanea in Piemonte, in Italia e all’estero (vgc).