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mercoledì 26 dicembre 2012

CONOSCIAMO MEGLIO LA GRAN MADRE DI DIO. CHIESA STORICA DELLA REGAL TORINO


Nell’agosto 2000 si svolsero i solenni funerali di Stato dell’ambasciatore Edgardo Sogno, Medaglia d’Oro al Valor Militare, che l’aveva scelta per il suo ultimo saluto alla capitale sabauda in quanto simbolo della restaurazione monarchica. Ai piedi della collina, oltre il ponte Vittorio Emanuele che chiude l'ariosa piazza Vittorio, ecco la chiesa della Gran Madre di Dio, punto di snodo, cerniera architettonica per la storia di questa città. Nel 1814 Torino decreta la costruzione di un monumento per celebrare il ritorno in patria di re Vittorio Emanuele I. Dopo qualche iniziale incertezza, si decide per la costruzione di una nuova chiesa, che dovrà sorgere dall’altro capo del nuovo ponte sul Po, e al tempo stesso di ridisegnare l’intera piazza ad essa collegata. Nel 1818 vengono presentati i progetti di Ferdinando Bonsignore e di Gaetano Lombardi a una giuria di architetti locali e stranieri. Viene scelto il quarto progetto di Bonsignore, ritenuto di “elegante e bella proporzione” per l’evidente richiamo neoclassico al Pantheon e per la volontà di creare un fondale scenografico in cui l’edificio costituisce il centro visuale, in dirittura del ponte francese. Edificata ai piedi della collina da Bonsignore, architetto sabaudo passato prima a un’attiva collaborazione con i francesi, poi nuovamente con i Savoia ob adventum regis, per il ritorno del Re, la chiesa fu innalzata tra il 1818 e il '31 per ricordare ai piemontesi il ristabilimento della monarchia sabauda dopo l’occupazione rivoluzionaria. La scritta incisa sul frontone lo ricorda a chiare lettere: Ordo Populusque Taurinus ob Adventum Regis, per la volontà del Comune e dei cittadini.
La facciata della Gran Madre di Dio con la statua di Vittorio Emanuele I
Festeggiamenti in piazza Vittorio Veneto.
Il 25 luglio del 1818 Vittorio Emanuele I pone la prima pietra dell’avvio delle fondamenta, mentre il successore Carlo Alberto presenzia alla consacrazione del 20 maggio 1831. Dopo la bufera napoleonica, lo stile celebrativo freddo della Gran Madre voleva ristabilire nei sudditi del sovrano restaurato dal Congresso di Vienna i due ideali basilari per uno Stato forte: la religione e la fede, rappresentate nel marmo delle statue che fiancheggiano l’imponente scalinata. Né Bonsignore, né Vittorio Emanuele avrebbero potuto pensare che nel tour della Torino magica del XX secolo, gli appassionati del genere avrebbero visto nelle due figure femminili significati magici riconducenti agli aspetti druidici del Piemonte. Anzi la donna che leva alta la coppa, con lo sguardo indicherebbe la direzione giusta per rinvenire a Torino, città della Sindone, il leggendario Graal, calice dell’Ultima Cena. Anche l’altra statua - la fede - celerebbe nel suo velo una mitria papale, interpretando la profezia di Nostradamus che annuncia la rovina della Chiesa: “Romano potere sarà del tutto a basso”. Leggende pagane respinte dagli studiosi.
Palcoscenico di storici eventi della vita cittadina è la Gran Madre tra il 1842 e il 1848, sia per i grandiosi festeggiamenti che si svolgono in occasione delle nozze di re Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide d’Asburgo, sia per quelli legati alla proclamazione dello Statuto Albertino. Verso la fine dell’Ottocento, invece, il tempio perde questo ruolo celebrativo, diventando più semplicemente il fulcro prospettico di uno dei più poetici scorci torinesi. La Gran Madre di Dio rappresenta comunque il più vistoso episodio architettonico della sistemazione urbanistica al di là del Po: sull’armonioso fondale della collina, punteggiata di ville e vigne nobiliari, il quarto lato della maestosa piazza Vittorio giganteggia come cerniera di due secoli, due mondi: Settecento e Ottocento; Ancien régime e monarchia liberale, centro storico e collina. La Gran Madre è lì, a ricordarci un’importante pagina della nostra storia (vgc).


Notturno sul Po, ove si specchia la sagoma della Gran Madre di Dio.

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