Translate

mercoledì 26 dicembre 2012

PIEMONTE TERRA DI MISTERI


Serata speciale dell’Associazione Immagine per il Piemonte all’Unione Industriale di via Fanti con ospite d’onore lo scrittore e antropologo Massimo Centini per una conferenza su “Piemonte terra di misteri” in occasione della 2^ ristampa del suo libro “Il grande libro dei misteri del Piemonte risolti e irrisolti”. Modera la serata, Luca Martini, Segretario generale dell’Associazione Immagine per il Piemonte; introduce, il conte Alessandro Cremonte Pastorello, Presidente del Premio di Cultura L’Arcangelo.
Massimo Centini (Torino, 1955) collabora con quotidiani e periodici. Attualmente scrive su “Avvenire” e collabora con Radio Rai. È autore di numerosi studi di antropologia: “L’uomo selvatico” eLa sindrome di Prometeo”. Per la Newton Compton ha scritto, oltre ad alcuni libri sulla storia e la cultura del Piemonte, “Misteri d’Italia”, “Torino criminale” e, con Andrea Accorsi, “La sanguinosa storia dei serial killer, I grandi delitti italiani risolti o irrisolti”.
L'antropologo e scrittore Massimo Centini.
Centini, il Piemonte è una regione al centro di una fitta rete di enigmi ed episodi inspiegabili: rispetto al resto d’Italia è una terra più magica?
«Non credo sia più magica: certamente numerosi fattori hanno influenzato questa credenza: non ultimo gli scrittori che ne hanno fatto una scenografia ad hoc per alimentare il senso del mistero»
Quanti sono gli eventi ufficiali o meno raccontanti in questo libro di successo uscito nei mesi scorsi per i tipi della Newton Compton?
«Va detto che ogni fatto raccontato è vero: vero nel senso che c’è qualcosa che lo rende tale, anche se dal punto di vista fenomenologico, di fatto non è così»
Suddivise per province le 250 pagine del libro propongono misteri descritti dettagliatamente: si può fare una classifica delle province più magiche o misteriose?
«Direi che una provincia è tanto più magica di un’altra in ragione di quanto è stata analizzata e studiata».
Per un autore che da anni scandaglia questo mondo pubblicando molte opere sul tema, i piemontesi sono affascinati, hanno paura o semplicemente snobbano la loro storia con risvolti magici o inquietanti? In poche parole: sono pragmatici e superstiziosi?
«Poiché il mio approccio è scientifico e soprattutto scettico, colgo nella maggior parte delle persone (80%) una condivisione; una minoranza invece mi guarda come uno che non capisce, che non ci arriva, che non sa e considera miti quanto per loro è realtà. Storia, addirittura. Chissà, anche credere che gli asini volino è un modo per voler bene alla propria terra…» (vgc)

CONOSCIAMO MEGLIO LA GRAN MADRE DI DIO. CHIESA STORICA DELLA REGAL TORINO


Nell’agosto 2000 si svolsero i solenni funerali di Stato dell’ambasciatore Edgardo Sogno, Medaglia d’Oro al Valor Militare, che l’aveva scelta per il suo ultimo saluto alla capitale sabauda in quanto simbolo della restaurazione monarchica. Ai piedi della collina, oltre il ponte Vittorio Emanuele che chiude l'ariosa piazza Vittorio, ecco la chiesa della Gran Madre di Dio, punto di snodo, cerniera architettonica per la storia di questa città. Nel 1814 Torino decreta la costruzione di un monumento per celebrare il ritorno in patria di re Vittorio Emanuele I. Dopo qualche iniziale incertezza, si decide per la costruzione di una nuova chiesa, che dovrà sorgere dall’altro capo del nuovo ponte sul Po, e al tempo stesso di ridisegnare l’intera piazza ad essa collegata. Nel 1818 vengono presentati i progetti di Ferdinando Bonsignore e di Gaetano Lombardi a una giuria di architetti locali e stranieri. Viene scelto il quarto progetto di Bonsignore, ritenuto di “elegante e bella proporzione” per l’evidente richiamo neoclassico al Pantheon e per la volontà di creare un fondale scenografico in cui l’edificio costituisce il centro visuale, in dirittura del ponte francese. Edificata ai piedi della collina da Bonsignore, architetto sabaudo passato prima a un’attiva collaborazione con i francesi, poi nuovamente con i Savoia ob adventum regis, per il ritorno del Re, la chiesa fu innalzata tra il 1818 e il '31 per ricordare ai piemontesi il ristabilimento della monarchia sabauda dopo l’occupazione rivoluzionaria. La scritta incisa sul frontone lo ricorda a chiare lettere: Ordo Populusque Taurinus ob Adventum Regis, per la volontà del Comune e dei cittadini.
La facciata della Gran Madre di Dio con la statua di Vittorio Emanuele I
Festeggiamenti in piazza Vittorio Veneto.
Il 25 luglio del 1818 Vittorio Emanuele I pone la prima pietra dell’avvio delle fondamenta, mentre il successore Carlo Alberto presenzia alla consacrazione del 20 maggio 1831. Dopo la bufera napoleonica, lo stile celebrativo freddo della Gran Madre voleva ristabilire nei sudditi del sovrano restaurato dal Congresso di Vienna i due ideali basilari per uno Stato forte: la religione e la fede, rappresentate nel marmo delle statue che fiancheggiano l’imponente scalinata. Né Bonsignore, né Vittorio Emanuele avrebbero potuto pensare che nel tour della Torino magica del XX secolo, gli appassionati del genere avrebbero visto nelle due figure femminili significati magici riconducenti agli aspetti druidici del Piemonte. Anzi la donna che leva alta la coppa, con lo sguardo indicherebbe la direzione giusta per rinvenire a Torino, città della Sindone, il leggendario Graal, calice dell’Ultima Cena. Anche l’altra statua - la fede - celerebbe nel suo velo una mitria papale, interpretando la profezia di Nostradamus che annuncia la rovina della Chiesa: “Romano potere sarà del tutto a basso”. Leggende pagane respinte dagli studiosi.
Palcoscenico di storici eventi della vita cittadina è la Gran Madre tra il 1842 e il 1848, sia per i grandiosi festeggiamenti che si svolgono in occasione delle nozze di re Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide d’Asburgo, sia per quelli legati alla proclamazione dello Statuto Albertino. Verso la fine dell’Ottocento, invece, il tempio perde questo ruolo celebrativo, diventando più semplicemente il fulcro prospettico di uno dei più poetici scorci torinesi. La Gran Madre di Dio rappresenta comunque il più vistoso episodio architettonico della sistemazione urbanistica al di là del Po: sull’armonioso fondale della collina, punteggiata di ville e vigne nobiliari, il quarto lato della maestosa piazza Vittorio giganteggia come cerniera di due secoli, due mondi: Settecento e Ottocento; Ancien régime e monarchia liberale, centro storico e collina. La Gran Madre è lì, a ricordarci un’importante pagina della nostra storia (vgc).


Notturno sul Po, ove si specchia la sagoma della Gran Madre di Dio.

mercoledì 19 dicembre 2012

MARCONI APPASSIONATO "DILETTANTE" DI ELETTRICITA'


Il premio Nobel Guglielmo Marconi visto dal filosofo Verrecchia

«Alla candida nave / di Guglielmo Marconi /
che naviga nel miracolo / e anima i silenzi»
Dedica di Gabriele D'Annunzio a Marconi

Oltre che grandissimo scienziato, Guglielmo Marconi fu anche un uomo di forte carattere, una qualità piuttosto rara negli uomini e negli italiani in modo particolare. Prezzolini diceva che l’Italia è una produttrice di tipi unici. Ecco, Marconi è un tipo unico, per genialità e per carattere. A lui si attaglia perfettamente anche il verso dell’Ariosto: «Natura li fece e poi ruppe lo stampo». Tutti oggi godiamo i vantaggi delle sue invenzioni; ma in un’epoca di smarrimento come l’attuale possiamo guardare a lui anche come punto di riferimento etico.
Carlo Rubbia, nella prefazione alla biografia di Marconi scritta dalla moglie, Maria Cristina, edita da Rizzoli, dice: «La comunità scientifica e imprenditoriale in Italia non era culturalmente preparata a sostenere la sua invenzione e a capirne la portata. Il Governo italiano rifiutò l’esclusiva del suo brevetto e fu solo in Inghilterra che trovò mezzi e volontà di sviluppare la sua scoperta. Possiamo veramente dire che le cose siano cambiate in cent’anni?». La risposta a questa domanda, che Rubbia non scrive ma che lascia intuire, è no. E sapete perché? Perché in Italia, come del resto nei paesi di lingua tedesca, o si è un professore o non si è niente.
Marconi con la seconda moglie e la figlia a bordo del panfilo Elettra.




Chi non fa parte di quella strana consorteria che sono gli accademici viene visto con sospetto. E questo vale non solo per le scienze, ma anche per le materie umanistiche. Eppure noi vediamo che le grandi cose sono sempre state fatte non dagli accademici, ma da quelli che essi chiamano sprezzantemente dilettanti. E qui cade a proposito una staffilata di Schopenhauer: «Dilettanti, dilettanti - così vengono chiamati con disprezzo coloro che si occupano di una scienza, o di un’arte, per amor suo e per la gioia che essa procura, per il loro diletto, dalle persone che hanno scelto una scienza o un’arte al fine di guadagnar denaro con essa. Infatti, soltanto il denaro che così si può guadagnare diletta questa gente. Tale disprezzo si basa sulla loro abietta convinzione che nessuno si dedicherebbe seriamente a una cosa, se non fosse spronato a farlo da miseria o da fame o da qualsiasi altra avidità. Il pubblico ha gli stessi atteggiamenti ed è quindi dello stesso parere: da ciò deriva il generale rispetto per i cosiddetti specialisti e la diffidenza verso i dilettanti. In realtà, invece, per il dilettante la cosa è fine a se stessa, mentre per lo specialista è solo un mezzo: ma chi si dedicherà con profonda serietà a una cosa è solo colui al quale essa stia direttamente a cuore, e che se ne occupi con amore. Da persone siffatte, e non già dai servitori pagati, sono state in ogni tempo create le opere più grandi».
Ho fatto questa premessa, per dire che le grandi intelligenze non sono mai capite. Anche Marconi fu un autodidatta e anche lui non prese la laurea, a parte la valanga di onorificenze che gli piovvero poi addosso. Lui stesso si definì “l’appassionato dilettante di elettricità”. Avrebbe voluto iscriversi all’Accademia navale, ma non poté neanche iscriversi all’università e dovette accontentarsi di seguire come semplice uditore i corsi del professor Righi.
Ma è possibile che Augusto Righi non si fosse accorto della genialità di quel ragazzo? Anche se gli permise di usare gli apparecchi del suo laboratorio, non lo incoraggiò e non si rese conto delle scoperte rivoluzionarie che stava per fare. Meno che mai capì Marconi il Ministero delle Poste, cui egli offrì la sua scoperta del telegrafo senza fili. Infatti lo rifiutò.
E così Marconi si recò in Inghilterra insieme con la madre, dove il suo genio venne subito riconosciuto. Ci si chiede: perché in Inghilterra sì e in Italia no? La risposta, secondo me, è semplice: nei paesi di lingua inglese si è sempre guardato più a quello che un uomo vale come individuo che a quello che rappresenta nella convenzione sociale, in altre parole più a quello che sa fare che ai suoi titoli di studio. In Italia capita esattamente il contrario. Avvenne così anche con altri grandi italiani. Prezzolini, che come Marconi non aveva titoli accademici, appena giunto in America fu subito nominato professore di letteratura italiana alla Columbia University. In Italia, invece, nessuno gli aveva mai fatto una simile offerta.
Su Marconi è uscita ultimamente una biografia, che ci fa conoscere da vicino anche l’uomo Marconi, a cura della moglie Maria Cristina, intitolata Mio marito Marconi (Rizzoli 1995). Nel libro affiora il lato umano del grande scienziato con i suoi gusti artistici e i suoi affetti. Fa un certo effetto leggere lettere così tenere e traboccanti d’amore scritte da un uomo all’apparenza tanto austero. Si vede che l’amore è una forza metafisica che fa traballare anche il cuore di chi è abituato a scrutare le leggi dell’universo.
Ma c’è anche l’amore per la libertà. Il Marconi che trascorre tanta parte della sua vita sul mare, accanto alla moglie e alla figlioletta Elettra, ha qualche cosa di romantico. A differenza di Galileo, che sapeva misurare la distanza tra gli astri ma non quella tra i cuori, come dimostra il suo scarso interesse per la figlia suor Celeste, Guglielmo Marconi lanciava messaggi nell’etere, senza però dimenticare di sussurrare parole dolci come il miele nell’orecchio della moglie che aveva accanto.
Gli ultimi tempi li trascorse in vista del Tigullio, un luogo che cinquant’anni prima aveva affascinato un altro grande: Friedrich Nietzche. E se il tedesco concepì là il suo Zarathustra, Marconi, nello stesso luogo, scoprì la navigazione cieca, detta poi radar. Nietzche e Marconi: apparentemente non avevano niente in comune, ma erano tutti e due astronauti dello spirito: l’uno con la poesia, l’altro con la scienza.
Gabriele D’Annunzio regalò a Marconi una fotografia con questa dedica: «Alla candida nave / di Guglielmo Marconi / che naviga nel miracolo / e anima i silenzi». Nietzsche, rimirando quello stesso mare, aveva sciolto un inno al mistero: «Laggiù voglio andare, e confido / per l’avvenire in me e nella mia mano / Aperto è il mare, verso l’azzurro / si muove la mia nave genovese / Tutto diventa nuovo e più nuovo / Lontano splendono lo spazio e il tempo / e il mostro più bello mi guarda / ridendo: l’eternità».
Anacleto Verrecchia

Torino, 28 marzo 1996
Ristorante CARIGNANO - Grand Hotel Sitea

venerdì 14 dicembre 2012

LA CULTURA COME RISORSA PER USCIRE DALLA CRISI - Giornata dei Talenti - Roma 15-12-2012


Roma (15 dicembre 2012) - II travagliato momento, che tanto il nostro Paese quanto la comunità dei popoli del Mediterraneo e più in generale la comunità internazionale stanno attraversando, porta la memoria a soffermarsi sulle riflessioni che dopo il primo e il secondo conflitto mondiale uomini di grande responsabilità civile offrirono ai loro contemporanei e a noi posteri, nella speranza di poterne trarre ispirazione per orientarci in questi tempi di smarrimento delle coscienze e di disorientamento culturale. Intendiamo riferirci a uomini di cultura preoccupati delle sorti dell’Italia e dell’Europa quali furono Francesco Saverio Nitti, Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Adolfo Omodeo e Thomas Mann, che vissero e soffrirono tutti, in vario modo, il problema delle sorti dell’Europa e della perdita degli ideali, dei valori, dell’identità, della cultura.
Occorre che le generazioni future siano poste nelle condizioni di vivere in armonia con l’ambiente naturale. Ogni essere umano è chiamato ad amministrare i beni naturali con saggezza e non sulla base dei suoi specifici interessi. Le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le comunità, i popoli, le nazioni e gli Stati devono quindi rendere conto delle loro azioni davanti ad ogni singolo essere umano, di oggi e del futuro.
La Reggia di Venaria Reale nei pressi di Torino: un esempio di ottimo utilizzo delle risorse per la cultura.
I recenti Stati Generali della Cultura seguono - mettendone in pratica il primo punto, ovvero una costituente per la cultura - il Manifesto per la cultura, lanciato a febbraio 2012 dal quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”. Pensato con l'obiettivo di creare un momento di dibattito e di approfondimento sullo stato della Cultura e dell'Arte in Italia oggi, ha voluto tracciare una nuova visione strategica di gestione del bene pubblico. Tra le finalità anche delineare un nuovo rapporto tra imprese e pubblica amministrazione che miri a valorizzare il patrimonio artistico del nostro Paese.
Le misure da adottare subito per ridare risorse, slancio ed energie al sistema culturale italiano sono quattro:
1) accesso al credito e sviluppo dell'imprenditorialità;
2) un'agenzia per l'esportazione della produzione creativa italiana sull'esempio dell'olandese Dutch Dfa;
3) una strategia di valorizzazione globale dei brand culturali italiani sulla scia dell'operazione del Louvre Abu Dhabi;
4) Una maggiore capacità di integrare la produzione creativa nel manifatturiero di qualità.
Iniziative che non necessitano d’ingenti risorse pubbliche quanto di una radicale presa di coscienza delle trasformazioni delle filiere culturali e creative e dello sviluppo di un'azione di razionalizzazione delle risorse e delle forze in campo chiara, concreta ed efficace alla luce di quanto avviene nel resto d’Europa e del mondo (vgc).

martedì 11 dicembre 2012

MUSSOLINI A PIENI VOTI? IL NUOVO LIBRO DI ALDO MOLA


In occasione del conferimento del Premio di Cultura L’Arcangelo allo storico Aldo A. Mola, da parte dell’Associazione Immagine per il Piemonte, viene presentato al Centro Congressi dell’Unione Industriale, via Fanti 17, sala Piemonte, giovedì 13 dicembre alle ore 18 il suo ultimo libro su: “Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922” con la collaborazione di Ricci, Zarcone e Ferraioli. Lo presentano Luciano Garibaldi e Oreste Bovio.

Il libro, che per la prima volta pubblica e interpreta importanti documenti inediti sulla storia del Ventennio, è destinato a provocare un vivace dibattito nell’opinione pubblica e si rivolge a un ampio bacino di studiosi e appassionati di storia del Novecento. Perché e come nacque il governo Mussolini? Quanto pesò la politica estera sulla svolta? Quale ruolo vi ebbe Vittorio Emanuele III? Le Forze Armate fiancheggiarono i fascisti o difesero l’ordine pubblico? La risposta a queste domande è nei documenti: negli inediti verbali della Presidenza del Consiglio del 1922 e in altre carte pubblicate per la prima volta. Si può dire che dopo questo libro, la storia del fascismo non sarà più la stessa.
Ricorda Mola: “Il 28 ottobre non vi fu affatto la«marcia su Roma». Quel giorno il presidente del Consiglio, Luigi Facta, si dimise; il 30 Vittorio Emanuele III affidò a Mussolini l’incarico di formare il governo che comprese fascisti, nazionalisti, liberali, popolari (cattolici), demosociali, democratici, nazionalisti: una coalizione nazionale. Il governo si insediò il 1° novembre, quando le «squadre fasciste», entrate in Roma la mattina del 31 ottobre, ne erano partite su treni speciali dopo una sfilata rumorosa ma pacifica da piazza Venezia a piazza dell’Esedra. Poi il Mussolini si presentò al Parlamento. Con quale programma? Liberista, pragmatico, concludente. Il Parlamento lo approvò a pieni voti. Nessuno previde il seguito...” (vgc).

mercoledì 5 dicembre 2012

ELENA UNA REGINA AMATA DAGLI ITALIANI


Propongo questo appello del prof. Aldo Mola. Ricorrono 60 anni dalla morte della regina Elena. Si spense a Montpellier il 28 novembre 1952 ove è sepolta. Figlia di Nicola Petrovic Niegos, principe del Montenegro, venne presa in sposa da Vittorio Emanuele, principe di Napoli. Era il 1896. Divenne regina d’Italia perché il 29 luglio 1900 Umberto I fu assassinato a Monza in un tuttora misterioso “complotto anarchico”.
(cortesia Cav. Carmine Passalacqua)
(cortesia Cav. Carmine Passalacqua)
Madre di cinque figli, tra i quali Umberto II, Elena conquistò l’affetto degli italiani, sia durante la Grande Guerra, quando allestì al Quirinale l’Ospedale Territoriale n.1, sia con opere filantropiche, sia con il contatto diretto con i poveri.
Il suo nome fu (e rimane) tra quelli più diffusi, proprio in suo ricordo. E’ sepolta a  Montpellier, pressoché dimenticata. Vittorio Emanuele III è nella chiesa di Santa Caterina ad Alessandria d’Egitto, dimenticato.
La Consulta dei Senatori del Regno lancia un appello: le Istituzioni sono indifferenti. Ma i cittadini faranno la loro parte per portare in patria le salme della Regina Elena e di Vittorio che lasciò l’Italia col titolo di “conte di Pollenzo”. E’ un impegno che non potrà lasciare indifferenti né il Piemonte né la Nazione (Aldo A. Mola).

Chi era Elena Nicolaijevna Petrovich-Niegos  (8 gennaio 1873 - 28 novembre 1952)? Sesta figlia di Nicola I e di Milena Vukotich, nasce a Cettigne nel 1873, sposa il 24 ottobre 1896 a Roma Vittorio Emanuele principe di Napoli. Dal loro matrimonio nascono: Jolanda (andata sposa nel 1923 il conte Carlo Calvi di Bergolo); Mafalda (1902-1944) consorte del principe Filippo d’Assia; Umberto II (1904-1983) 4° e ultimo re d’Italia; Giovanna vedova di re Boris III di Bulgaria e l'ultimogenita Maria, che sposa nel 1939 il principe Luigi di Borbone-Parma.
Regina d'Italia dal 1900, Elena si distingue come figura pubblica: ricordiamo l'opera di soccorso ai terremotati di Messina (1908) e l'intervento a favore dei soldati feriti come crocerossina durante la prima guerra mondiale (1915-18). Un giorno re Vittorio confida al primo aiutante di campo generale Paolo Puntoni: “Mia moglie mi chiede continuamente soldi. Finirà col condurmi alla bancarotta!”. Era sempre corsa voce che il sovrano, di suo, non tirasse fuori neppure una lira per opere di bene. Niente di più falso. Egli aiutava frequentemente, con robusti sussidi e osservando assoluta discrezione, anziani generali, ammiragli e ufficiali a riposo, vedove, orfani e reduci di guerra, magistrati e funzionari ridotti in miseria a causa di malattie, di lutti e di altre dolorose vicissitudini. Nel 1943, a un suo vecchio aiutante di campo, che le sventure avevano fatto cadere in una povertà nascosta, fece avere, non richieste, diverse somme, l'ultima delle quali di 12.000 lire.
Durante il periodo fascista, Elena cerca di intervenire politicamente. Il 27 novembre 1939 propone la "Pace delle Dame", con riferimento ad un antico episodio della storia sabauda del 1529, quando Luisa di Savoia e Margherita d'Austria posero fine a una sanguinosa guerra. Purtroppo il tentativo di Elena viene stroncato sul nascere da Benito Mussolini che non permette alla regina d'inviare le lettere a tutte le sovrane d'Europa. Di carattere affabile, modesta, ben differente dalla suocera, la regina madre Margherita, Elena era aliena dalle solennità e dalla feste mondane; detestava che la fotografassero, mentre le piaceva (come al marito) fare lei stessa fotografie ai famigliari. Prediligeva la musica, amava l’arte e la letteratura. Costretta all'esilio in Egitto con il marito, dopo la morte di Vittorio Emanuele III (1947), Elena si stabilisce a Montpellier nel sud della Francia, dove muore il 28 novembre 1952 (vgc)

mercoledì 28 novembre 2012

L'ARCANGELO 2012 AL PROF. ALDO MOLA


L’ARCANGELO Premio di Cultura 2012 è stato conferito al professor Aldo A. Mola, storico, giornalista, presidente della Consulta dei Senatori del Regno, dall’Associazione Immagine per il Piemonte lo scorso 13 dicembre 2012 all’Unione Industriale di Torino. Alla cerimonia di premiazione hanno preso parte il Presidente del Premio di Cultura L'Arcangelo, conte Alessandro Cremonte Pastorello, il Presidente di “Immagine per il Piemonte”, Vittorio G. Cardinali, il vicepresidente Carlo Alberto Bosio, il segretario generale Luca Martini, i consiglieri Giorgio Del Noce, Enrico Masoli e Cinzia Rej. Poche ora prima nella Sala Torino del Centro Congressi dell’Unione Industriale, Aldo A. Mola ha presentato il Suo ultimo libro Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922 (Edizioni del Capricorno) con la partecipazione di Luciano Garibaldi, Oreste Bovio, moderati da V. G. Cardinali. Fotografie di Giorgio del Noce per Ass. Immagine per il Piemonte (2012)
Il presidente Cremonte Pastorello consegna la targa de L'Arcangelo 2012 al prof. Mola (foto G. Del Noce per AIP).
Ecco la motivazione del Premio: “Storico e ricercatore insigne, di nascita e formazione piemontese, assurgeva ai più alti livelli della considerazione nazionale ed internazionale, per l’instancabile opera di saggistica storica, sempre rigorosamente testimoniata dalle fonti documentali, sottraendo così incontrovertibilmente, la Storia alle facili tentazioni, purtroppo abusate, di farne strumento di sottaciuti fini, ideologicamente e demagogicamente premeditati e restituendola alla dignità scientifica che le spetta, realizzando in tal modo l’illuminazione del solo percorso conducente a conclusioni oggettive e non viceversa" (ACP).

La targa ufficiale del Premio L'Arcangelo
fusa da Johnson-Milano.
La Principessa Maria Gabriella di Savoia con il prof. Mola.



martedì 20 novembre 2012

DA TORINO A BANGKOK. L'ALTARINO DEGLI SPIRITI


Il secondo appuntamento degli Aperitivi Culturali 2012 dell’Associazione Immagine per il Piemonte si tiene giovedì 22 novembre, sempre nella Sala Principe Eugenio, Sede AIP via Legnano 2/b a Torino, alle ore 18,15, ed è incentrato sull’ultimo romanzo di Elena Cappellano, L’altarino degli spiriti (Neos Edizioni). Con l’autrice nel parlano Irma Piovano e Giovanni Ramella.
L'azzecata copertina dell'ultimo romanzo di Elena Cappellano (Neos).

Ecco la trama. Rimasta orfana all’età di tredici anni Anna lascia la città di Torino dove aveva vissuto coi suoi genitori, per andare a raggiungere padre Cesare suo prozio che vive a Bangkok. Inizia quindi la sua convivenza nel convento cullata ora dalle attenzioni materne di Amelia, ora dalle uscite missionarie di padre Vincenzo, ora dai pappagallini donatigli dallo zio, dalle lunghe riflessioni nella cappella e dal giardino che circonda il convento. L’incontro con Giorgio, nobiluomo, amico di padre Cesare, le permette di conoscere le persone che hanno segnato la sua vita; il thailandese Chamnong, suo grande amico, amico del cuore. E poi la sua amicizia con Kallaya e Rong suo fratello col quale nasce un tenero amore che li accompagnerà entrambi nelle loro vite distanti e vicine. Ma è proprio quest’amore, così tenero e adolescenziale, che trascina i due ragazzi in una tenera avventura per le vie di Bangkok, mano nella mano, che crea preoccupazione nel suo prozio tanto che questi prende la sofferta decisione di rimandare Anna a Torino, dove cresce in un collegio di suore, consolata dall’amicizia di Claudia, dalle cure amorevoli della professoressa Graziella e dalle lettere di Rong che nel frattempo si è trasferito in Inghilterra per svolgervi i suoi studi. In seguito lo raggiungerà anche Anna per continuare la vita che avevano iniziato a costruirsi a Bangkok. Infine rivediamo Anna ormai donna matura, nella vecchia casa dei suoi genitori, porto sicuro della sua anima (cfr. www.conexion.it, Luisa Ramasso).
Chi è l’autrice? Elena Cappellano, vive e lavora a Torino; grecista e storica di formazione, psicologo, ha insegnato nei licei di Torino (la famosa sezione B del d’Azeglio) svolgendo contemporaneamente attività professionale. In questo campo il primo lavoro di cui è stata coautrice (Giovani e Droga) è stato edito da Liguori nel 1977. Collabora attualmente a giornali e riviste a diffusione cittadina, regionale e nazionale. Profondamente interessata alla psicologia dell’arte, è coautrice dei volumi Archivi di pietra (Torino 1988), Sindone e Sacri Monti (Torino 1996) e Arte in Valle di Susa (Torino 1997). Questa è la sesta opera di cui è interamente autrice. Dopo un primo lavoro edito dall’Università di Torino sui rapporti militari e religiosi fra Oriente e Occidente nella Storia antica (oggi stranamente attuale), ha scritto: Il Talento (L’Artistica Editrice, Savigliano 1996), Quelli di Via Monte (Immagine per il Piemonte, Torino 2000), Nella casa d’inverno (L’Artistica Editrice, Savigliano 2003), Margot (L’Artistica Editrice, Savigliano 2004), Scale (Edizioni Angolo Manzoni, Torino 2006) che hanno ottenuto numerose e lusinghiere recensioni.
La scrittrice Elena Cappellano

mercoledì 7 novembre 2012

UN PRINCIPE NELLA BUFERA. 1943-44 UMBERTO II VISTO DA VICINO


Giovedì 15 novembre presso l'Associazione Immagine per il Piemonte (a Torino, in via Legnano2/b) si apre la stagione degli Aperitivi culturali con la presentazione di un inedito diario di un'amico d'infanzia di re Umberto II. Ne parlano il giornalista Roberto Coaloa, Edoardo Pesce e il Gen. C.A. Franco Cravarezza, moderati dal sottoscritto. Un appuntamento con la Storia per approfondire un periodo ancora tutto da chiarire, specialmente per i non addetti ai lavori.
Di cosa si tratta? Ufficiale di ordinanza del principe Umberto di Savoia dal 15 gennaio 1943 al 20 giugno 1944, il conte Francesco di Campello, amico d’infanzia del Principe, gli fu sempre vicino raccogliendone le confidenze e sollecitandolo a recitare una parte attiva. Il diario è un documento eccezionale su Umberto, uomo e principe, ma anche una testimonianza suggestiva su tutto un mondo, monarchico e conservatore, cresciuto nel culto degli ideali risorgimentali e della tradizione liberal-nazionale.
Le pagine dedicate all’8 settembre '43 e ai gironi successivi costituiscono una fonte attendibile, puntuale e minuziosa, ricca di particolari inediti, forse quella definitiva, sugli avvenimenti che portarono al trasferimento del Re e del governo nel Sud. Esse, allo stesso tempo, offrono una drammatica e colorita rappresentazione del clima caotico, della confusione, del senso di smarrimento, delle paure che regnavano in quelle ore, a tutti i livelli, nelle alte sfere governative, nelle gerarchie militari, negli ambienti della Corte. Viene messa in luce, anche, l’emarginazione di Umberto da ogni scelta decisionale e viene sottolineato il dramma interiore del Principe di fronte alla partenza precipitosa da Roma decisa da Badoglio. Campello rivela come fosse stato perfino predisposto un piano per il rientro in aereo di Umberto a Roma, che non fu possibile portare a termine per l’opposizione dei Sovrani e di Badoglio.
Illuminanti sono anche le pagine che rivelano i giochi politici durante il Regno del Sud e svelano le trame per cercare di imporre al re la reggenza: un progetto, questo, poi superato con la Luogotenenza. Non meno suggestive le annotazioni, fitte di giudizi in qualche caso impietosi, sui comandamenti e sulle autorità alleati oltre che su uomini politici italiani di tuti gli schieramenti.
Umberto di Savoia Luogotenente del Regno d'Italia.
Francesco di Campello (1905-1983) appartenente a una illustre famiglia legata alla Casa Reale seguì la carriera militare dapprima in Cavalleria e poi nella Regia Aeronautica. Al fianco di Umberto nel periodo del Sud, si rifiutò di prestare giuramento alla Repubblica nel 1916. Nel dopoguerra si occupò della Federazione Pugilistica Italiana e fu presidente del Circolo della Caccia, una delle istituzioni più antiche e simboliche della Capitale.
Ecco il titolo del volume: “Un Principe nella bufera. Diario dell’ufficiale di ordinanza di Umberto 1943-1944 ” di Francesco di Campello (pp.125, euro 15,00).

venerdì 26 ottobre 2012

MOSTRA D'ARTE SU GIUSEPPE BOSIO AL CIRCOLO UFFICIALI DI TORINO


GIUSEPPE BOSIO, UN ARTISTA TRA EVOCAZIONE E CONFRONTO

Un tuffo nell’800 pittorico piemontese con la mostra antologica patrocinata dall’Associazione Immagine per il Piemonte (a cura di Vittorio G. Cardinali e Carlo Alberto Bosio) che si terrà a Torino dal 7 al 18 novembre 2012. La prestigiosa sede di Palazzo Pralormo in corso Vinzaglio 6 ospiterà la rassegna delle opere di Giuseppe Bosio (orario: martedì-sabato 9-12/14-19; domenica 9-12/14-18; lunedì chiuso) con il patrocinio della Regione Piemonte, della Provincia di Torino e della Città di Torino. Hanno collaborato all’evento: Carlo Alberto Bosio con la consorte Bruna Giusti, Adriano Bosio, Giorgio Bosio, Claudio Farina, Silvia Farina Anglesio e la storica dell’arte Claudia Ghiraldello. Le splendide foto sono di Alberto Armano.

Giuseppe Bosio, autoritratto, 1925, olio su tela (collezione privata).

Ecco una parte della critica alla mostra firmata da Claudia Ghiraldello:
Giuseppe Bosio, nato il 29 dicembre 1875 a Genova, giovanissimo sentì dentro di sé l'ardore della passione per l'arte. La famiglia osteggiò in ogni modo il suo desiderio. Il padre, Carlo, in particolare, essendo titolare di un'azienda di lavorazione di piume con distribuzione a livello nazionale, voleva che il figlio continuasse tale attività. Durante un lungo soggiorno a Palermo, l'incendio appiccato dal padre stesso agli strumenti di lavoro del figlio e la fuga da casa di quest'ultimo, in compagnia del fratello, furono tutt'uno. Il giovane non ebbe esitazioni. In nome del rispetto di se stesso e della sua vocazione artistica, preferì il sacrificio alla quiete e alla comodità di un lavoro economicamente più sicuro. Dopo la fuga da casa, come il fratello si mantenne facendo il mozzo e, a seguire, fu ospitato da parenti per un certo tempo.
Ancora con il fratello avviò poi un’azienda di lavorazione di piume in proprio, fatto questo che gli garantì una certa sicurezza e gli permise di diplomarsi all'Accademia Albertina. Qui ebbe come maestri, oltre a Giovanni Guarlotti e Paolo Gaidano, il famoso Giacomo Grosso. Si laureò, quindi, in Architettura al Politecnico di Torino. Partecipò a rassegne d’importanza nazionale ed annualmente si iscrisse alle collettive torinesi della Società Promotrice e del Circolo degli Artisti; la sua prima mostra risale al 1909.
La pittura era per lui tutto, era una pittura totalizzante, a riflesso conclamato e galvanizzante del suo animo. Durante la guerra, in pensione, egli poté dedicarsi al suo estro in modo totale, ma lo visse come tormento esplicitato in un dipingere nervoso, agitato. Solo nel dopoguerra il suo stile si fece più luminoso, più calmo, a specchio di una serenità interiore ormai raggiunta. Morì egli a Lanzo Torinese il 29 maggio 1972 alla bella età di 97 anni. 
lll
Tale artista ebbe l'onore di entrare nel Dizionario illustrato dei Pittori, Scultori, Disegnatori e Incisori Italiani Moderni e Contemporanei del Comanducci, sul cui primo volume della terza edizione (1962), oltre alla presentazione critica di lui, si trovano due belle riproduzioni di quadri entrambi consistenti in ritratti: l'uno della figlia Nicoletta, l'altro di una testa di filosofo. Bosio eccelse nella ritrattistica pur essendosi provato ed avendo dato lusinghieri risultati anche nella scenografia e nel paesaggio.
Definito dal citato Oggero "vero sacerdote di un ideale altissimo", considerò l'arte come religione, angolo intimo nel quale esprimere la ricerca del bello e del vero. Sempre di lui, nel luglio 1953, Schaub-Koch scrisse sulla Rivista mensile della Città di Torino e del Piemonte: "Un maestro come Bosio è innamorato del mondo e della vita" e ancora: "La sua opera è una preghiera alla vita, e una preghiera fervente!".
lll
Proprio del Bosio, nell'archivio di famiglia, esiste una bella fotografia che lo ritrae nel 1946 a Perosa Argentina mentre egli sta dipingendo en plein air e si ripara con un ombrello dal sole... il sole... la luce... Paolo Levi, a riguardo, in occasione della Mostra del Bosio tenutasi al Circolo degli Artisti di Torino nel maggio 1980, affermò del nostro pittore: "Era assai rapido nel dipingere perché temeva, col trascorrere delle ore, il mutare della luce; a volte, invece, indugiava un po' più nei particolari". La luce: amore ed odio... combatté ed adorò la luce Bosio, come Bozzalla, il delleaniano per eccellenza (C.G.)

venerdì 19 ottobre 2012

TUTTE LE CARROZZE DEL QUIRINALE


quattro berline arrivano da torino


Dall’anno del 150° dell’unità d’Italia i torinesi potranno ammirare al Quirinale le più belle carrozze dei Savoia, grazie all'apertura straordinaria delle antiche Scuderie Sabaude, situate all'interno del palazzo presidenziale, edificate dall'arch. Antonio Cipolla nel 1874. Lo potranno fare solo a piccoli gruppi con autorizzazione del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, Servizio Patrimonio: un limite dettato – si legge sul sito www.quirinale.it - dalla “particolare localizzazione degli ambienti espositivi, all'interno di spazi dove si svolge l'attività quotidiana della Presidenza della Repubblica”. Un vero peccato!


Appena insediato al Quirinale re Vittorio Emanuele II, primo re dell'Italia unita, il Ministero della Real Casa si pose il problema di sistemare cavalli, carrozze e corredi di scuderia. Le carrozze in uso alla Corte furono in massima parte realizzate alla fine dell’800 da ditte specializzate: fanno eccezione solo 4 berline piemontesi e 3 del Granducato di Toscana. Le quattro carrozze piemontesi conservate nella Sala della Rotonda sono i pezzi più antichi e pregiati della collezione, spesso utilizzati nelle occasioni più importanti della storia sabauda: un berlingotto del 1789 con la cassa verniciata in oro e dipinta; una berlina del 1817 detta degli sposi perché utilizzata in occasione delle nozze di Vittorio Emanuele II; un’altra berlina (1817) la cui cassa è completamente dipinta con le storie dell'eroe greco Telemaco alla ricerca del padre Ulisse. Nel 1819 il Pregliasco e lo stesso gruppo di artisti impegnati per la fabbricazione delle altre due vetture realizzano anche l’“Egiziana”, costruita per il carnevale del 1819 su ordine di Carlo Felice di Savoia, duca del Genevese, e offerta a sua moglie Maria Cristina di Borbone. In seguito furono tinteggiati in nero gli originari fondi color avorio e la vettura venne utilizzata per i solenni trasporti funebri. Un’occasione unica per un viaggio alla scoperta della Roma piemontese (v.g.c.).


                               

A MILANO BATTESIMO REALE PER IL PICCOLO PRINCIPE AMEDEO, DUCA DEGLI ABRUZZI


Assenti o non invitati i Savoia Carignano

Com’è nello stile sobrio e riservato di casa Savoia Aosta si è tenuto in giugno a Milano per un ristretto gruppo d’invitati, oltre ai famigliari, il battesimo del secondogenito di Aimone e Olga, il piccolo principe Amedeo di Savoia, a cui il nonno, attuale capo della Real Casa di Savoia, ha conferito il titolo di Duca degli Abruzzi, caduto in disuso dal 1933 quanto era morto il celebre principe Luigi Amedeo di Savoia-Aosta, ammiraglio, esploratore e alpinista al quale è dedicato il Museo della Montagna di Torino.
Al piccolo duca, nato a Neuilly sur Seine (Parigi) il 24 maggio 2011, battezzato dal parroco della Basilica di San Marco, don Luigi Testore, sono stati imposti i nomi Amedeo, in onore del nonno paterno, e Michel, in onore del nonno materno. Le madrine sono state le principessa Mafalda di Savoia e Marina di Grecia e il padrino, l'amico di famiglia George Antaki.

Per la cronaca mondana hanno partecipato al lieto evento, tra le corse divertite del fratellino Umberto e delle cuginette, il principe Amedeo con Silvia di Savoia, il papà e la mamma del battezzato, Aimone delle Puglie e Olga di Grecia, la prima moglie del nonno Claudia d’Orlèans, le zie Mafalda e Maria Cristina di Savoia-Aosta, quest’ultima figlia dell’eroe dell’Amba Alagi. Per la casa reale di Grecia c’erano i principi Michele e Marina con altri esponenti e discendenti di famiglie nobili e case reali europee strettamente imparentate con il battezzato.

Nessun Savoia del ramo Carignano era presente (non è stato invitato, non è potuto intervenire?): né Vittorio Emanuele, né Emanuele Filiberto, né Maria Gabriella. Anche se ormai la querelle tra i due rami sabaudi sembra così remota nel tempo e finita da qualche anno.

Sergio Boschiero, segretario nazionale dell'Unione Monarchica Italiana, sul sito Monarchia.it ha dichiarato: “I monarchici italiani gioiscono assieme alla famiglia reale, adesso che le tre generazioni della gloriosa casata sabauda rappresentano più che mai un’alternativa per il futuro del nostro Paese” (v.g.c.)

LA STORIA INCISA NELLE MEDAGLIE DEI CITTADINI DELL'ORDINE



E’ un modo di raccontare la storia religiosa, artistica, civile e militare di Torino e del Piemonte del tutto inconsueto e molto originale quello scelto dai Cittadini dell’Ordine – società che vanta oltre 140 anni di successi nel campo della vigilanza e della sicurezza – con la stampa del volume di Anna e Alessandro Cremonte Pastorello di Cornour, Di medaglia in medaglia. Momenti di storia (U. Allemandi), la cui presentazione si è tenuta presso “Torino Incontra” con interventi di Massimo Centini, Renzo Rossotti, G. G. Massara e Mario Brusa, in collaborazione con l’Associazione Immagine per il Piemonte.
Dal 1976 a oggi sono state coniate medaglie di innegabile valore (in argento e bronzo) proponendo, ogni anno, un anniversario che, con giusto equilibrio, celebra eventi e personalità ben note alla maggioranza, accanto ad altri eventi e personalità che forse sono ricordati da una più stretta cerchia di persone. Un corpus di grande qualità nato dalla sensibilità della famiglia Cremonte Pastorello, attenta a volgere lo sguardo verso la storia, il bello, la memoria.

Come ha ricordato l'antropologo Massimo Centini nella dotta prefazione: “La medaglia ha in sé qualcosa di arcaico e di eterno. Nel nostro immaginario è soprattutto il segno del raggiungimento di una mèta ambita e ottenuta spesso con fatica. A differenza della moneta, ha un valore in quanto oggetto e non per la cifra che simbolizza. Quindi è un valore relativo e per questo umanissimo. La medaglia si «vince» e celebra il raggiungimento di un risultato. Ogni famiglia, in un modo o nell’altro, una medaglia la possiede: può essere quella in cassetta di sicurezza, quella di un parente che prima o poi sarà lasciata a qualcuno, oppure si materializza con connotazioni velate di mito. Diventa così la protagonista nella ricostruzione di genealogie e glorie familiari, in cui c’è sempre qualcuno che va ricordato per le sue imprese da ritenere straordinarie” (v.g.c.)

martedì 9 ottobre 2012

AMEDEO D'AOSTA EROE DELL'AMBA ALAGI A 70 ANNI DALLA MORTE


Conferenza a Palazzo Cisterna, luogo natìo del principe sabaudo
Tre buoni motivi hanno indotto la Provincia di Torino e il Cento Pannunzio a ricordare il 10 ottobre alle ore 17,30 Amedeo di Savoia, terzo duca d’Aosta. Cade il 70° anniversario della morte del principe, la sede della provincia, Palazzo Dal Pozzo della Cisterna, è il suo luogo di nascita, vengono esposti libri e fotografie sul duca tratte dal fondo Campini della biblioteca “Giuseppe Grosso”, già della duchessa Elena d’Orlèans. Una ghiotta occasione per ascoltare i relatori che parleranno: il presidente della Provincia Antonio Saitta, il direttore del Centro Pannunzio Pier Franco Quaglieni e i generali di Corpo d’Armata Oreste Bovio e Franco Cravarezza.
Cosi ricorda i Savoia Aosta la scrittrice Olghina di Robilant: “Ho spesso parlato e scritto dei Savoia Aosta, i fratelli Amedeo e Aimone, amici fraterni di mio padre e che nella mia infanzia vedevo spesso a casa. Tutte le case, preciso (a quel tempo ne avevamo diverse), anche la villa di Gorizia per l’impegno come ufficiale di aeronautica di mio padre, il quale proprio in quell’aeroporto lavorava (volava) a fianco del principe Amedeo. Ma non ho solo narrato, ho anche cercato nei libri e nelle biografie un ritratto che mi ricordasse com’era realmente quel grande signore che picchiava la testa sull’arco di tutte le porte. Inutilmente. Gli scrittori odierni vanno ad informarsi su Internet o documenti vari, senza però rilevare il carattere e la personalità genuina di chi evocano. Manca la memoria. Manca il ricordo. Manca anche la voglia. Così l’eroe dell’Amba Alagi è sempre rimasto in quel confino della sua morte, mentre per me era un eroe a tutto tondo e continuamente.
Ho trovato finalmente un testo biografico in rete:
(http://www.asso4stormo.it/arc_05/arc_05_02/arc_05_02_02/text_05_02_02_01.htm)
che rispetta quel personaggio e mi concedo di metterlo integro sul mio blog, sperando anche che sia letto con lo spirito grandioso e magnifico di quella personalità”.
La conferenza a Palazzo Cisterna permette anche di esporre materiale proveniente dal Fondo Campini della Biblioteca storica “Giuseppe Grosso”. Nel 2003 la Biblioteca provinciale acquisì questo fondo librario, proveniente dalla biblioteca della duchessa Elena d’Orléans, così denominato dal nome di Otto Campini, secondo marito della duchessa Elena, sposata in prime nozze con il Duca d’Aosta Emanuele Filiberto, figlio della principessa Maria Vittoria Dal Pozzo della Cisterna.

Sono esposte due opere fondamentali dovute alla penna del duca Amedeo, Appunti ed impressioni sul Congo Belga (Roma, 1925) e Studi africani (Bologna, 1942) che raccoglie, oltre agli studi sul Congo, una scrupolosa documentazione sui rapporti giuridici fra gli Stati e le popolazioni indigene delle colonie. In mostra anche l’interessante diario fotografico della madre del duca, Elena d’Orléans, Da Napoli a Duala (Capodimonte, 1932-33). Si possono ammirare poi Da Addis Abeba a Nairobi col duca d’Aosta. Ricordi di un fedelissimo, opuscolo in cui la morte del duca è raccontata dal medico personale Edoardo Borra; Amedeo duca d’Aosta, pubblicazione dell’Istituto del Nastro Azzurro fra combattenti decorati al valor militare (Roma, 1953); Amedeo d’Aosta, il prigioniero del Kenya di Alfio Beretta (Milano, 1956) e, dello stesso autore, Con Amedeo d’Aosta in Africa orientale italiana in pace e in guerra (Milano, 1952); Amedeo d’Aosta a cura di M. Leonardi (Roma, 1966); Amedeo di Savoia viceré di Etiopia di Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon (Roma, 1942) e infine Il duca d’Aosta di Orio Vergani (Roma, 1942).
Chi era Amedeo di Savoia terzo duca d’Aosta? Figlio di Emanuele Filiberto, secondo duca d’Aosta, e di Elena di Borbone-Orléans, nacque a Torino il 21 ottobre 1898, nel palazzo dei Dal Pozzo della Cisterna. Ereditata dalla madre la passione per l’Africa, appena diciottenne si recò in Somalia con lo zio Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi. Insieme esplorarono il fiume Uebi Scebeli e costruirono una ferrovia e un villaggio battezzato Villaggio Duca degli Abruzzi. Nominato nel 1937 governatore generale dell’Africa Orientale Italiana e viceré di Etiopia, partecipò nel 1941 alla battaglia dell’Amba Alagi. Prigioniero di guerra degli inglesi, morì a Nairobi, in Kenya, il 3 marzo 1942 (vgc).

martedì 25 settembre 2012

LA PRINCIPESSA MARIA PIA A TORINO


La figlia di Re Umberto II ha presentato il suo libro di ricordi
Dopo molti anni di assenza da Torino la primogenita degli ultimi reali d’Italia Umberto II e Maria José, la principessa Maria Pia di Savoia è ritornata nella capitale sabauda invitata dal Consiglio Regionale del Piemonte, presidente Valerio Cattaneo. L'occasione è nata dalla presentazione del suo libro “La mia vita, i miei ricordi” (Milano, Mondadori), insieme a quello del suo secondo marito, Michele di Borbone Parma, dal titolo in francese “Un prince dans la tourmente” (Paris, Nimrod). Con testi e fotografie, la principessa Maria Pia, nata nel Palazzo Reale di Napoli nel 1934, ripercorre i passi salienti della sua esistenza, in cui episodi privati s’intrecciano ad avvenimenti pubblici, accompagnando il lettore in un viaggio sul filo del tempo tra vita familiare e mondanità, frequentazione del jet-set e attività filantropiche, impegno culturale e riflessione spirituale (vgc).

giovedì 20 settembre 2012

LA POLITICA DOPO CAVOUR: SE NE PARLA IN UN CONVEGNO DI STORIA A CASTELLAMONTE


Per il terzo anno nello scenografico maniero di Castellamonte si tiene un convegno di storia per fare il punto sull’eredità del Risorgimento. L’Associazione Nigra, il Comune e Immagine per il Piemonte organizzano sabato 22 alle 15,30 (ingresso libero) il simposio "L'Italia del dopo Cavour 1861-1918: il ruolo di Nigra nel processo di unificazione nazionale", che vide il grande canavesano diventare il portabandiera della diplomazia italiana dell’800 guadagnandosi ammirazione e stima da parte delle potenze europee. L’evento, in occasione della 52^ Mostra della Ceramica, vede la partecipazione di storici, giornalisti e ambasciatori: Aldo A. Mola, Massimo Spinetti, Nerio Nesi, Roberto Favero, Luigi Sardi. Chiude il pomeriggio di cultura e spettacolo lo scoprimento di un busto a Nigra, opera del ceramista Roberto Perino, che verrà collocato nella principale sala riunioni diplomatica della Farnesina a Roma.

Sabato 22 settembre 2012 nel Castello di Castellamonte si svolgerà la terza edizione dei Simposi dedicati a Camillo Cavour e Costantino Nigra, due dei grandi protagonisti del nostro Risorgimento, organizzati dall'Associazione con la collaborazione del Comune di Castellamonte e l’Associazione Immagine per il Piemonte, in occasione della 52^ edizione della Mostra della Ceramica. Quest'anno il tema scelto è: "L'Italia del dopo Cavour 1861-1918: il ruolo di Costantino Nigra nel processo di unificazione nazionale", che vide il grande canavesano diventare il portabandiera della diplomazia italiana dell'Ottocento guadagnandosi ammirazione e stima da parte di tutte le grandi potenze europee.
Aprirà il convegno l'intervista, condotta dal moderatore, il giornalista e storico Vittorio G. Cardinali, al Presidente della Fondazione Cavour, Nerio Nesi, che risponderà a domande sull'eredità politica che il grande statista Camillo Benso conte di Cavour lasciò agli italiani. Poi Roberto Favero parlerà del ruolo di Nigra per l'annessione delle Venezie all'Italia, quindi lo storico e scrittore prof. Aldo A. Mola illustrerà la figura dell'altro grande collaboratore di Cavour, Isacco Artom, tra gli artefici dell'annessione all'Italia del Lazio e di Roma.
L'ambasciatore Massimo Spinetti, già rappresentante italiano a Vienna, parlerà di Nigra Ambasciatore a Vienna, la principale sede diplomatica europea, fulcro della Triplice Alleanza tra Germania, Austria e Italia mentre il giornalista Luigi Sardi illustrerà le fasi che portarono all'annessione del Trentino Alto Adige all'Italia.
Un intermezzo in prosa, condotto dall'attore Mario Brusa coadiuvato da Simona Salvetti, darà ai presenti la possibilità di apprezzare quella nota diplomatica di Nigra che fece grande scalpore, all'epoca, nel mondo diplomatico parigino, risollevando il problema di Venezia, ancora sotto la dominazione austriaca, durante una gita in gondola coll'Imperatrice Eugenia sul lago del Castello di Fontainebleau.
Concluderà il ricco pomeriggio di cultura e spettacolo lo scoprimento di un busto a Nigra, opera del ceramista Roberto Perino, che l'Associazione ha fatto realizzare su richiesta del Ministero degli Affari Esteri, che lo collocherà nella principale Sala Riunioni diplomatica della Farnesina in Roma, a testimonianza del fondamentale ruolo che Nigra svolse per la nostra Patria nell’ambito della più alta diplomazia europea (rf-vgc).


lunedì 17 settembre 2012

RICORDO DEL PITTORE OTTAVIO MAZZONIS DI PRALAFERA


Ottavio Mazzonis tra arte, industria e ragione ricordato in una bella mostra

Ricordare un pittore di spiccate capacità ma di carattere riservato e schivo – com’è quello di ogni piemontese doc – non è facile. Ci hanno pensato il Museo di Arti Orientali e la Fondazione a lui dedicata organizzando tra 2011 e 2012 la mostra “Ottavio Mazzonis 1955-2010. Arte, industria, ragione in Palazzo Mazzonis” (v. S. Domenico 11) proprio nella sale della dimora che lo vide nascere nel 1921. Sono esposti cartoni preparatori di grandi dimensioni, un modelletto e un bozzetto, un repertorio fotografico, oltre a due busti in gesso raffiguranti il maestro e la sua musa Silvia.
Noto a livello internazionale per le sue fortunate esperienze espositive che, nell'arco di 50 anni, hanno visto le sue tele nelle più prestigiose rassegne pubbliche e in importanti gallerie, Ottavio Mazzonis si è spento nel 2010 a novant’anni dopo aver goduto in vita di una fama consolidata derivante dalla qualità del suo impegno, basato sulla continua ricerca e su di un entusiasmo coinvolgente.
Di lui il criitico d'arte Vittorio Sgarbi ha scritto: «Pochissimi torinesi conoscono Mazzonis, pittore che guarda alla tradizione settecentesca con grande ariosità e con una straordinaria sensibilità simbolista. Insomma, soprattutto nell'arte torinese, chi dipinge è colpevole, chi fa altre cose è creativo», mentre l’amica di famiglia Bianca Locatelli ne sottolinea il tratto umano: «Era un uomo schivo e riservato – nello stile piemontese più schietto e antico – così come nella pittura elaborava uno stile classico e figurativo amato da molte generazioni. Aborriva l’arte moderna».
Con la Fondazione “Ottavio Mazzonis”, l’artista ha lasciato alla presidente Silvia Pirracchio il compito di proseguire la diffusione della sua magnifica arte. Pittore e scultore, era nato a Torino nel 1921. Le sue grandi opere toccano tematiche tradizionali (dai soggetti religiosi alle composizioni, dai ritratti alle nature silenti, dai nudi ai paesaggi) e sono specchio rivelatore di un artista che ha saputo conquistarsi presto una sua cifra nell'ambito dell'arte italiana del Novecento (vgc).

GESTA E AVVENTURE DEL PRINCIPE EUGENIO IN UNA NUOVA BIOGRAFIA EDITA DA MURSIA


Wolfgang Oppenheimer – Vittorio G. Cardinali 

La straordinaria avventura del Principe Eugenio

L’Achille sabaudo al servizio degli Asburgo

PREFAZIONI di Otto Von Habsburg - Maria Gabriella di Savoia



Presentazione

Torino e Vienna sono due città europee con molti punti in comune: entrambe orbitano su un fiume, hanno spazi verdi, in particolare la collina, vantano una notevole vitalità culturale e sono state capitali di illustri monarchie. Savoia e Asburgo hanno retto per secoli le sorti di un piccolo regno transalpino e di un grande impero transnazionale: due casate alternativamente alleate e nemiche, che hanno salvato gli antichi domini e il trono grazie ai servigi di uno stratega dalla triplice nazionalità (francese, italiana e austriaca), il feldmaresciallo imperiale Eugenio di Savoia Soissons. Due regni crollati nel XX secolo a causa di terribili conflagrazioni mondiali.
In questa biografia, La straordinaria avventura del Principe Eugenio. L’Achille sabaudo al servizio degli Asburgo, scritta da Wolfgang Oppenheimer nel 1979, che oggi presentiamo ampliata e aggiornata in molte sue parti, la storia ribadisce, a distanza di oltre tre secoli, l'importanza dei rapporti tra Piemonte e Austria, nel più ampio contesto europeo. Perché se gli austriaci del Settecento creavano il mito del principe di origini sabaude per le sue gesta militari e la sua magnificenza di mecenate, onorando innanzitutto un italiano, oggi i piemontesi possono riscoprire la grandezza del condottiero al servizio dell'Impero, così trascurato sotto la Mole e così amato nella capitale asburgica.
Stratega e diplomatico, uomo di Stato e fautore della cultura, questo personaggio vissuto tra il 1663 e il 1736 è visto in modo diverso al di qua e al di la delle Alpi. Per l’Austria è stato un grande, ma da noi cosa si sa di Eugenio, che Federico di Prussia considerava uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi? Poco o niente, perché l’Italia si lascia rubare quello che le appartiene.
Proprio per colmare questa grossa lacuna e sottolineare con un’iniziativa culturale privata l’importanza non solo italiana e piemontese, ma la grandezza e il respiro europeo di Eugenio, fin dal 1994 l’Associazione Immagine per il Piemonte, da me presieduta, ha curato numerose iniziative sulla figura del principe per rendere omaggio al grande condottiero e all'uomo politico che fra i primi ebbe una visione globalizzante dell'Europa.
Nato francese, figlio di madre italiana e di padre savoiardo, il grande condottiero sabaudo dedicò la sua vita al servizio della casa d’Asburgo. Per questo su un lato del suo monumento a Vienna sta scritto: Al glorioso vincitore dei nemici dell’Austria. Proprio il servizio (fedele sempre al giuramento fatto a ventidue anni) era stato la stella polare della sua vita, mentre l’arte, che lo indusse a raccogliere quadrerie e biblioteche splendide, fu la sua passione costante.
Infatti, i meriti di Eugenio di Savoia Soissons furono straordinari non solo in campo militare, ma anche diplomatico e culturale. Anche per questo su un altro lato del monumento sta scritto: Al saggio consigliere di tre imperatori.
La sua variegata personalità gli permise di salvare l’Impero alla fine del Seicento, dall’invasione ottomana e lo guidò a raccogliere capolavori d’arte con lo spirito del collezionista settecentesco, così come in quegli anni si delineava tale figura nelle principali Corti europee.
Le sue collezioni d’arte provenienti dal palazzo del Belvedere a Vienna formano oggi il corpus principale delle raccolte della Galleria Sabauda di Torino, vanto della città. A questo principe esperto di arte militare, i torinesi devono la liberazione della città e la vittoria contro la Francia, che permise al Ducato di Savoia di trasformarsi in quel regno (di Sicilia, poi di Sardegna) destinato a diventare nel 1861 il regno dell’Italia unita.
Proprio su questo mecenate - che l’Accademico di Francia Marc Fumaroli ha definito “l’Achille francese al servizio degli Asburgo” - sono puntati i riflettori in questo 2012 in occasione della prima raffinata mostra a lui dedicata in Italia. Curata da Carla Enrica Spantigati nella Reggia di Venaria Reale si può ammirare “I quadri del Re: le raccolte del Principe Eugenio”: 130 opere di celebri artisti che tornano a costituire la “quadreria della Reggia” in attesa dell’allestimento definitivo della nuova Galleria Sabauda nella manica nuova di Palazzo Reale a Torino.
Di buon auspicio per il lettore leviamo i calici nel ricordo del principe Eugenio come si usava fare ai suoi tempi in Inghilterra:
Drink, drink, drink we then
A flowing glass to Prince Eugene
(Beviam, beviam, beviam ordunque / un bicchiere traboccante al Principe Eugenio).

Vittorio G. Cardinali
 Torino, giugno 2012

Prefazione dell'Arciduca Otto d'Asburgo
Al principe Eugenio di Savoia, che Napoleone annoverò fra i grandi condottieri, spetta un posto di primo piano nella storia del secolo XVIII. Guida e stratega delle grandi battaglie, in esse non si esaurì. Più importanti, infatti, ci appaiono oggi la lungimirante capacità politica, le straordinarie doti di statista che gli consentirono di subordinar le azioni belliche a una ben più ampia concezione, e di porre alla politica asburgica obiettivi lontani; vorrei dire, anzi, obiettivi senza tempo.
Eugenio riuscì a scorgere, oltre i propri limiti storici, ciò che noi cominciamo a capire soltanto ora, provati come siamo dalle catastrofi del XX secolo: la visione di un’Europa naturalmente unitaria pur nelle sue diverse articolazioni. Il vecchio mondo non potrà che spegnersi lentamente, se non riuscirà a realizzare il progetto unitario. Eugenio, due secoli fa, intuì ciò che Coudenhove Kalergi ci disse chiaramente solo nel 1922. E a ragione Biagio Curini definì «genio europeo» questo personaggio del tutto fuori del comune. Gli storici hanno troppo a lungo trascurato lo statista e l’accorto architetto politico. Ed è proprio questi che, oggi, assume per noi un significato preminente, se vogliamo riconoscere nella storia non una scienza statica, da museo, ma una maestra di politica.
Dobbiamo quindi essere grati a Wolfgang Oppenheimer, il quale ha scritto una biografia che esalta il ruolo europeo di Eugenio.
Quest’opera non ha solo un valore scientifico per coloro che sanno riconoscere nel passato i germi del futuro, quando veramente la funzione della storia serve alla vita. È un testo che ci fa capire come spetti a noi, che viviamo nel presente, edificare quanto i grandi uomini riuscirono a intravedere. Il mio augurio è quindi che siamo in molti a leggere questo libro.                               Otto von Habsburg +